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Ragazze all’università? Non è vero che hanno la vita facile!

[Foto da Riotclitshave]

Sono una studentessa al quarto anno di una facoltà che molto probabilmente mi porterà solo alla disoccupazione o al precariato, come accade già a tante altre.

Lavoro, per mantenermi, e nel frattempo studio. Sono abbastanza in regola con le materie, credo che il prossimo anno farò una esperienza all’estero.

Leggo spesso tanti commenti negativi sulle ragazze che frequentano l’università. Molti pensano che non riescano a superare una materia a meno che non si prostituiscano con i docenti. Tanti esprimono questa convinzione, come se oramai fosse un fatto indiscutibile che le ragazze all’università vadano avanti a suon di raccomandazioni o di favori in cambio di prestazioni sessuali.

Così come mi è capitato di leggere di servizi a luci rosse su ragazze che si sarebbero prostituite per pagarsi l’affitto o per vivere meglio le condizioni dell’università.

Devo dire che a me non è capitato di conoscere nessuna di queste situazioni. Conosco invece tante, come me, che fanno le cameriere o altri lavori faticosi pur di non pesare sulla famiglia. Un’altra forma di prostituzione se volete ma non quella che vedo descritta in servizi di costume realizzati apposta per soddisfare i pruriti e le fantasie di lettori volgari. Tante ragazze che si guadagnano l’istruzione con fatica, tutti i giorni. Ragazze che si organizzano per l’affitto e che fanno una vita normale, senza voler giudicare quelle che scelgono di fare altre cose.

Mi sono resa conto invece che tanti colleghi fanno i parassiti. Ci sono quei ragazzi che si accampano letteralmente nella stanza della fidanzata perché non hanno voglia di lavorare per pagarsene una. Li vedi giocare con il computer mentre le ragazze lavorano come matte.

Mi è capitato di conoscere lavativi che sfruttano le ragazze non solo per farsi aiutare nello studio ma anche per guadagnare soldi per pagarsi il fumo.

Poi ci sono quelli che fanno i carini con le assistenti, di quelli sicuramente non parla nessuno. Non sono diversi da quelli che vanno a lezione con la lingua penzoloni pronti a lavare il pavimento dove cammina il docente.

Senza voler giudicare nessuno, insomma, volevo solo dire che mi sono stancata di leggere tanti luoghi comuni sulle ragazze che hanno già per conto proprio una vita molto difficile e faticosa all’università. Sentirsi dare delle puttane quando non si è scelto di esserlo e sentirsi etichettate sempre come quelle che ce la fanno perché l’hanno data a qualcuno non è per niente bello. Ci squalifica, ci toglie credibilità, giorno per giorno, finisci così per venire via dall’università con un pezzo di carta che altri neanche prenderanno in considerazione e molto si deve anche al fatto che c’è tanta gente che pensa che per una ragazza prendere una laurea sia “facile”.

Invece è veramente difficile, semmai diventa complicato prendere una materia quando il docente ti molesta e tu prendi le distanze e diventa difficile ogni cosa perché il pregiudizio che è sempre più diffuso è che per le donne tutto sia più facile. Mi chiedo chi è che ha sparso questa voce perché per me mai niente è stato facile. Mi sono guadagnata tutto, compreso il diritto allo studio.

Non so perché ma ho l’impressione che si stia tornando ai tempi di mia madre, quando il figlio maschio era l’unico investimento della famiglia e a lui veniva concesso l’onore e l’onere di realizzarsi negli studi e di acquisire una nuova professionalità.

E’ vero che all’università i baronati non hanno mai ceduto il passo a nuove concezioni della gestione dell’istruzione pubblica, così come è vero che le pari opportunità nel mondo universitario sono una illusione, ma è anche vero che gli stessi docenti sono abbastanza stupiti, forse perché rinchiusi in un ghetto culturale tutto sommato migliore del mondo che c’è là fuori, del fatto che si stia tornando così indietro nel tempo.

Un docente mi dice spesso che quando il divario culturale tra l’università e il mondo esterno è eccessivo si realizza un conflitto sociale, uno scontro tra mentalità, perché la scuola non compie più il lavoro di contaminazione e arricchimento del mondo circostante ma rischia di essere fagocitata nel regresso sociale che la circonda.

C’è chi è tornato a pretendere dall’università che segua un metro educativo preciso e questo avviene esclusivamente nelle dittature, dove il libero pensiero e la libertà di critica esercitata in facoltà vengono descritti come una minaccia per la sopravvivenza di un regime.

In questo pessimo quadro che destino vuoi che abbiano le donne? Se non quello di ancelle di una resistenza culturale nella quale bisogna cessare le rivendicazioni di genere e unirsi alla lotta collettiva che trascura e rende difficile il tuo destino mentre torna in qualche modo a restaurare meccanismi di privilegio per i soliti leader della resistenza.

Di tutto questo io sono un po’ stanca, delle generalizzazioni, delle discussioni esterne ma anche di quelle interne e volevo avere l’opportunità di mettere nero su bianco alcune righe per venirne a capo e partire da lì con una nuova analisi.

Le donne all’università sono sempre trattate abbastanza male, sia che restino “integrate nel sistema”, sia che si sommino ad un gruppo che lotta per una ragione superiore. In tutti i casi le donne diventano troppo spesso invisibili. Il mito delle ragazze all’università che hanno la vita facile perciò mi sembra abbia ottimi motivi per essere rimesso in discussione.

Spero di aver contribuito in qualche modo alla vostra ricerca sulle questioni di genere. Grazie.

Federica

Posted in Anti-Fem/Machism, Narrazioni: Assaggi, Omicidi sociali, Pensatoio, Precarietà, R-esistenze.


8 Responses

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  1. Enola says

    Io l’università l’ho finita da qualche anno, e l’ho fatta in un piccolo ateneo, in cui ci si conosce più o meno tutti ed i baroni ci sono ancora. Per capirci, è lo stesso ateneo in cui un vecchio e potente prof fu accusato di aver costretto alcune studentesse ad avere rapporti sessuali con lui in cambio del voto d’esame. Io ho fatto un’altra facoltà (almeno questo!), una di quelle considerate da sempre appannaggio maschile. Oltre al fatto che le insegnanti donne sono state sempre considerate meno brave o attendibili dei pari livello uomini, il maschilismo l’ho sperimentato anche di persona. Un esame prevedeva la prova scritta e poi, per chi avesse voluto aumentare il voto d’esame, la prova orale a fine scritto. Io ed il mio (allora) ragazzo allo scritto prendiamo casualmente (davvero) lo stesso voto: 29. Il prof mi chiama in cattedra e mi chiede cosa voglio fare. Io, che mi ero fatta decisamente il mazzo con quella materia che mi piaceva tanto, sono propensa a voler tentare di prendere il 30. Lui però non è della stessa idea. Mi dice di aver fatto un sogno qualche giorno prima, in cui c’era una ragazza nella mia situazione che tentando il colpaccio ha fallito e se n’è tornata a casa con un voto basso. Io allora mi intimorisco, penso che forse ha ragione lui, che un 29 preso così al primo colpo non è da giocarselo, che magari tutta la mia sicurezza sulla materia è una mia illusione. Così rinuncio, e aspetto che il prof arrivi a chiamare anche il mio ragazzo per andarcene subito tutti e due col nostro 29. Fuori infatti sta iniziando a nevicare ed abbiamo fretta di andarcene. Ma al dunque il prof mi sorprende. Lo chiama, vede che ha 29 allo scritto, e lo incita a provare l’orale per prendere 30. Ed insiste pure, dicendogli che ci vorrà poco, che un 30 è tutt’altro che un 29, ecc… Lui non si fa corrompere perché sa che dobbiamo proprio andare via, così ce ne usciamo tutti e due con 29. Io in più con tanta amarezza. Cosa avrà pensato quel vecchio barone di fronte al mio 29? Che ho copiato da qualche maschietto seduto accanto a me? Che ho avuto culo? Che avevo la faccia come il suddetto a voler tentare di prendere 30? E pensare che mi stava pure simpatico, prima.

  2. vic says

    sono d’accordo in parte, nel senso che non mi è mai capitato di ricevere avances o offerte, non per mie eccelse qualità morali, ma perchè da noi è già tanto se i prof ti guardano in faccia per un’esame, in genere sono presi da mille documenti in contemporanea. diciamo che dove vado io ( milano) ragazzi e ragazze sono tartassati nello studio alla stessa maniera, ecco, non è il massimo ma mi consola…

  3. Rossella says

    @Denise: anche io alla Sapienza riscontro problemi poichè lavoro e non sempre riesco a conciliare le lezioni con l’orario di lavoro. Inoltre se lo si spiega ai professori loro ESIGONO la presenza altrimenti non ti fanno dare l’esame. Se presenti il certificato in cui c’è scritto che lavori (quello che ti fanno compilare alla segreteria) si indignano ma comunque ti accettano, penalizzandoti con voto relativamente basso all’esame finale. Il tutto senza nessun aiuto a livello di, appunto, orario delle lezioni, testi e dispense.

  4. Rossella says

    Mi è capitato un professore che mi scrisse il suo numero di cellulare personale su un foglio del mio progetto d’esame, oltre ad avermi detto “Chiamami quando vuoi”.
    Non l’ho fatto, e sono tornata a dare l’esame con una professoressa.
    A una mia amica le hanno chiesto per farsi promuovere di mostrare la scollatura: se n’è scappata dall’aula.

    Condivido quando dici di non aver mai conosciuto ragazze che si “prostituiscono” per un voto, quelle che conosco io piuttosto si fanno bocciare.

  5. Denise says

    Ho letto il titolo ed entusiasticamente mi sono accinta a leggere. Ma, benché naturalmente condivida gli assunti di fondo, mi aspettavo altre valutazioni. Mi aspettavo che la studentessa denunciasse la difficoltà per chi lavora di conciliare l’attività con l’università, perché l’università spesso si organizza pensando ad un’utenza inoccupata e dedita al solo studio. Sono rare le lezioni nelle ore serali, sono rare le sessioni d’esame straordinarie (per lo meno, alla Sapienza dove io sono iscritta) per esempio a marzo, aprile, maggio, o ottobre e novembre; è raro che qualche professore non tratti con diffidenza, dunque, penalizzandolo/a qualche non frequentante – anziché offrire preliminarmente un supporto in termini di libri di testo integrativi non in senso solo quantitativo.
    Di più: per le studentesse madri vale lo stesso.

  6. Alessandra says

    PS: perdonate gli errori di typewriting, ma ho scritto di fretta abbastanza incavolata XD

  7. Alessandra says

    Non posso che essere d’accordo.
    Anche io sono al 4° anno di Lingue orientali (studio Giapponese) e ovviamente non mi sono mai “prostituita” per un voto… piuttosto mollerei tutto, sono sincera. Mi sono fatta un mazzo enorme, pur sapendo che nonostante tutto il voto importerà solo a me. A chi mai mi assumerà, lo guarderà come se fosse niente, come se non ci fossero anni di sacrifici dietro.
    Io ho la fortuna di essere benestante, quindi i miei sacrifici sono stati sempre in quesitoni di impegno e dedizione e non economici (= non ho mai dovuto lavorare mentre studiavo), però di persone così… che devono mantenersi per studiare ne conosco, sia uomini che donne.
    Essere etichettati così è un bello schifo. Prostitute o raccomandati… però il gran raccomandato d’Italia, Bossi Jr, quello non ha manco un vero diploma…

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  1. Ragazze all’università? Non è vero che hanno la vita facile – di Femminismo A Sud. – pausa/pausa/ritmo.lento linked to this post on settembre 14, 2010

    […] A Sud (cara Federica, probabilmente frequentiamo la stessa facoltà), e che condivido in toto. Qui trovate […]