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La “famiglia” è un brand!

Se
fai questo
ti ammazzo, se fai quello ti ammazzo. Quante tra voi possono dire di
non essere cresciute accanto qualcuno che usava la minaccia come metodo di
prevaricazione?


Mi
chiamo
Anna Maria e mio padre è stato l’incubo peggiore di tutta la mia vita. Il
suo metodo educativo, se così possiamo chiamarlo, presupponeva che io non
avessi libertà di pensiero e di parola. Presupponeva anche che qualunque cosa
dicessi comunque lui si sentiva autorizzato a farmi del male.

La
violenza
trova sempre una giustificazione e chi è violento immagina sempre che
la sua non sia violenza ma legittima difesa.

Il
mio grande
torto era quello di parlare e pensare. Ma era anche quello di stare
in silenzio. Gli uomini violenti annusano anche quello che tu NON dici e non fai perché
nella loro paranoia immaginano che tu stia lì a ordire chissà quale diabolico
piano contro di loro.

Una
persona
costretta in stato di violenza è principalmente colpevolizzata. È tua
la colpa di tutto. Mio padre mi picchiava per ogni respiro, ogni gesto, che lui
ritenesse sbagliato.

Una
persona
che vive con un uomo violento è sotto stretto regime di controllo.
Tutto quello che ti riguarda viene violato. Mio padre si sentiva legittimato a
rovistare tra le mie cose, a romperle, a strappare pagine del diario che non riteneva
consone per me.

La
mia porta
non doveva mai essere chiusa. Non avevo privacy. Perché se non hai
niente da nascondere… Un po’ come succede con le società autoritarie che non ti
lasciano respiro con la scusa della tua sicurezza.

Mio
padre
non aveva pudore, non aveva pietà, non aveva nessuna remora. Era un uomo
violento che immaginava di poter fare qualunque cosa lui volesse.

Mia
madre
era l’altra vittima di casa e se per tanto tempo io le rimproverai di
non aver lasciato mio padre, negli anni successivi ho avuto solo tanta pena per lei.

Li
ho lasciati
entrambi sapendo che prima o poi, ora che non ci sono io, lui la
ucciderà. Vivo nel terrore di sentire lo squillo del telefono che mi annuncia
che in seguito all’ennesimo litigio lui l’ha ammazzata. Più invecchiano e più
urlano e via via che mia madre si fa più anziana diventa più intollerante e
allergica a quell’uomo. Ora che vorrebbe lasciarlo non sa dove andare.

Io
vivo la vita
che mi resta recuperando energia e vitalità. Tutta la vitalità che
mio padre mi ha tolto. Chiudo a chiave la mia casa, metto al sicuro le mie cose
e cerco di costruire almeno un pizzico di quella sicurezza che deriva
dall’avere un rifugio tutto per te.

Voi
non immaginate
quale senso di profonda precarietà sia il dover essere sempre
vigile, sull’attenti, ad aspettare perquisizioni e intercettazioni casalinghe.
Si cresce insicure, senza radicamento, senza fiducia in se stesse, con un senso
di scollamento con la propria vita che si rimarginerà lentamente e di sicuro
mai del tutto.

Immaginate
cosa può voler dire vivere così ogni giorno per 23 lunghi anni. Ti si riempiono
le vene di paura, quel terrore folle di essere privata delle cose alle quali
sei affezionata, il terrore di essere sorvegliata, spiata, mai del tutto sola,
un po’ come avviene nelle nostre prigioni.

In
qualche posto
lo chiamerebbero tortura, in casa mia mio padre lo chiamava
“disciplina”. La disciplina di un folle. Mio padre era completamente fuori di
testa e tutte noi dovevamo subire le sue angherie e le sue violenze. Un tiranno
stupido, volgare, anche un po’ viscido a pensarci bene.

L’aria
da galera
la sentivano anche le mie compagne di scuola che venivano con me a
studiare perché io, ovviamente, non potevo andare se non oltre una certa ora.
Sicchè le rare volte che riuscivo a uscire e trascorrere un po’ di tempo in
casa d’altri raccoglievo tutto l’ossigeno che ero in grado di trattenere e lo
portavo con me in quel luogo senza luce al sapore di morte che era la mia casa.

La
paura
è una cosa della quale non ti liberi. Diventa terrore, insicurezza,
sfiducia, ansia. Si trasforma in crisi di panico e nell’incapacità di
affrontare anche le più piccole cose.

Sarete
sorpresi
di sapere che in ogni caso non bevo, non mi drogo e non mi faccio di
psicofarmaci. Sono sveglia, vigile, attenta e voglio conservare ogni certezza e
consapevolezza acquisita perché sto imparando a vivere da sola e non importa se
quando avrò smesso di imparare sarò già prossima alla morte. Basta riuscirci,
basta evitare di mentire a me stessa in ogni momento della mia giornata. Basta
non accettare mai l’ordine del silenzio sulla violenza di mio padre.

Ed
è questo
l’accordo con mia madre: io non andrò a trovarla a meno che lei non mi
permetta di parlare della violenza che entrambe abbiamo subito. Io non metterò
piede in quella casa fino a che mia madre non avrà il coraggio di guardarmi
negli occhi e di riconoscere che quella violenza non se la meritava così come
non la meritavo io.

Non
metterò piede
in quella casa fino a che non potrò guardare mio padre negli
occhi per dirgli quale imponderabile odioso tiranno sia stato. Si fotta la
regola del silenzio per non farlo arrabbiare, per non turbargli la giornata, a
comportarci, io e mia madre, come due geishe pronte ad accudirlo e ad
obbedirgli finanche offrendogli la schiena perché lui possa sferrare ancora qualche
calcio per non perdere l’abitudine.

Sapete
chi si sente
infastidito dal fatto di sentir parlare di violenza contro le
donne? Colui che quella violenza la compie in ogni respiro, con ogni intenzione,
in ogni modo possibile. Mio padre era così: guai a parlargli degli schiaffi che
aveva ricevuto la signora accanto. Sicuramente se li meritava, era questa la
sua tesi e nel frattempo confortava se stesso e imprimeva sulla nostra carne
quella che per lui era l’unica legge possibile: le donne sono cattive e
talvolta vanno punite, come per i cani randagi, vanno ammaestrate, domate,
addomesticate, e poi ancora picchiate perché restino fedeli al “padrone”.

Di
tutto quello
che vi sto dicendo ovviamente mio padre non ha mai capito niente e
perde tempo chiunque si illuda di poter parlare sullo stesso piano con un uomo
violento. Un uomo violento ragiona da uomo violento. Quello che dice è
infettato, inquinato. È merda pura, senza sconti di nessun genere. Con la merda
non ci si parla. Della merda non si può nascondere la puzza, per quanto profumo
si possa usare sempre di merda si tratta. Quando vedi la merda per strada la
eviti perché altrimenti ti resta attaccata ai piedi. Quando con la merda ci
vivi è un po’ più difficile evitarla specialmente se quella merda pretende che
tu la chiami “padre”.

E
non scambiate
le mie parole per odio perché io non odio nessuno. Sono troppo
adulta per odiare e la mia fase adolescenziale si è compiuta quando io mi sono
assunta le mie responsabilità e avrei preteso che i miei genitori facessero
altrettanto. Così non è stato e la questione si è chiusa lì.

Se
chi ti ha tenuta
segregata e ti ha tiranneggiata per anni non è disposto
neppure a chiedere “scusa” me ne frego totalmente del “sacro vincolo della
famiglia”. La mia famiglia sono i miei amici, il mio gatto e il mio cane. C’è
la persona con cui vivo la mia storia e c’è quell’altra persona con la quale
coltivo progetti.

La
famiglia
te la scegli. Nessuno può importela. Nessuno può costringerti a
restarci attaccata anche se ti ha massacrato la vita. E tutte le mie parole
sono quelle che userei nei confronti di chiunque. Nei confronti di qualunque
persona che si permettesse di farmi quello che mi ha fatto mio padre.

Voi
lo avreste
permesso ad un estraneo? Sicuramente no. E allora perché secondo la
religione e tutti quelli che costringono le donne ad essere
sottomesse dentro famiglie completamente dominate da padri padroni e mariti
violenti, dovremmo accettarlo da parte di un padre?

Perché
dovrei
permettere a colui che esige il riconoscimento di paternità giusto per via di un semplice spermatozoo di dominare la mia esistenza e di ridurla
a quello
al quale ti riduce qualunque uomo violento?

Non
c’è un perché
. Non c’è per me e sicuramente non c’è neppure per voi. Perché la
violenza non deve essere “permessa” in virtù di un vincolo familiare. Chiunque
ti faccia del male va espulso dalla tua vita perché devi proteggerti, devi
sopravvivere, devi rinascere, devi vivere e respirare. Ne hai pieno diritto. Prima che sia troppo tardi. Prima che ti faccia troppo male tanto da ridurti alla disabilità. Prima che ti uccida psicologicamente o fisicamente. La tua scelta deve essere la vita. Nulla meno di questo.

Quando
vedo
quei film pieni di retorica dell’amore familiare, dove c’è il padre che
alla fine torna dai figli ai quali ha fatto mancare TUTTO per aspettarsi un
perdono, mi viene da ridere. Rido di gusto perché capisco che la famiglia è un
prodotto venduto ogni giorno. Puro marketing, pubblicità pervasiva,
subliminale, violenta, condizionante, che ti convince che la titolarità dei
legami vale più della qualità stessa di quei legami. E non c’è bugia più grande
di quella che ti fa credere di dover sopportare il carattere di merda di tuo
padre solo perché qualcuno è impegnato a far si che non sia mai messo in
discussione il suo potere.

I rapporti
tra le persone devono essere consapevoli, ottimi per la propria salute fisica e
psichica. Le persone di cui ti circondi devono essere un sostegno. Non devono
demolirti, perché tu non sei lo zerbino e lo sfogatoio di nessuno. Quei figli
che recuperano in autonomia e mandano a quel paese i genitori violenti, assieme alle mogli che lasciano mariti violenti, sono
persone solide, che hanno vinto una guerra contro tutte le bugie, le
convenzioni e le sovrastrutture del mondo. Perciò sono ritenute sovversive e
pericolose. Perciò si dice di loro che minano le basi stesse della società perché
la nostra società è basata sui rapporti di potere e se gli schiavi si rifiutano
di essere schiavi impongono un cambiamento rivoluzionario.

Finalmente,
e forse accadrà un giorno, quando le persone decideranno di vivere insieme sarà
esclusivamente perché lo scelgono, perché si amano, si stimano, si rispettano e
non perché una legge impone di farlo. Saranno relazioni paritarie non basate sulla violenza e sulla prevaricazione ma basate sul rispetto reciproco.

Così
è avvenuto
per me. Così spero sia per voi. Scusate se vi ho annoiato.

—>>>Immagine da Riotclitshave

Posted in Narrazioni: Assaggi, Omicidi sociali, Storie violente.


One Response

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  1. viviana says

    anna maria hai detto delle cose giustissime e per niente noiose. Hai ragione quando dici che la famiglia è quella che ti crei, che decidi tu e non quella che ti ritrovi, però quanto pesa quest’ultima sulla nostra vita? Tantissimo, troppo… avvolte è asfissiante. Anch’io non ho mai potuto chiudere a chiave ne la mia stanza ne il bagno, non per mio padre che tra i tanti difetti un pregio ce l’ha, non ha mai invaso la mia pricavy, ma forse perchè c’era mia mamma a farlo. Mi è vietato chiudermi dentro perchè la stanza non è mia (dato che la condivido con una mia sorella) e lei deve avere libero accesso, lo stesso vale per il bagno… ma in realtà è mia madre che lo vuole il libero accesso, perchè deve controllarci, deve sapere cosa facciamo, cosa pensiamo e cosa immaginiamo. Potrei dirti che non lo fà con cattiveria, che vuole solo impedirci di sbagliare o passare dei guai, come li definisce lei, seppure io le abbia dimostrato mille volte di potersi fidare… ma lei non lo fà e non lo farà mai credo. Mio padre entra in scena solo quando, non sopportando più mia madre e credendo alle sue farneticazioni (perchè anche lui ha nei nostri confronti fiducia zero) inveisce contro di noi e mia madre, che ovviamente è la colpa di tutto, perchè se noi sbagliamo è colpa sua. Forse mia madre ci controlla per questo, perchè sarebbe colpa sua. E’ un discorso allucinante, lo sò, ma è così e anch’io non vedo l’ora di avere una casa tutta mia, un rifugio dove potrò chiudere porte per lo sfizio di farlo, potrò parlare al telefono con chiunque senza dover andare nello sgabuzino per avere un pò di privacy. Forse mi mancheranno le posizioni scomode ma avrò sicuramente una effettiva libertà… ma devo aspettare ancora un pò, perchè il coraggio che hai avuto tu io non ce l’ho… e vabbè, mi fermo qui. Sono felice per te e forse hai ragione a non voler parlare con tua madre, ma io ti consiglio di riprovarci, di non lasciarla sola perchè a quel punto è più vulnerabile. Forse con te accanto anche lei sarà coraggiosa e lascierà tuo padre.
    un abbraccio