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La rete non è neutra!

[Vignetta di Alessio Spataro]

Articolo di Larabbiadi Ishtar&
Inis Mona

“La Rete non è neutra”, sul Web portiamo in un modo o nell’altro ciò
che siamo nella vita reale, comprese le nostre storie, le passioni, le
idiosincrasie e, soprattutto, il nostro genere. Tutto questo appare
scontato e non dovrebbe meravigliare la coesistenza in Rete di pensieri
diametralmente opposti, eppure non è affatto così: sul Web (come
sicuramente nella vita “reale”) vi sono individui e gruppi che non
tollerano l’esistenza della “differenza”, che desiderano annullarla,
annichilirla. Eppure spesso basterebbe un semplice clic del mouse per
cambiare pagina e lasciare agli altri la libertà d’esprimersi.

Da mesi su Facebook assistiamo alla sparizione di gruppi femministi e
contro la violenza sulle donne, luoghi dove si discuteva di abusi, di
stereotipi, di politiche di genere, di razzismo, di tematiche LGBTQ e
di tanto altro, alle volte anche animatamente ma mai in maniera
scorretta o incitando esplicitamente alla violenza o alla
prevaricazione di un genere sull’altro.

Alcuni individui, però, non tollerano l’esistenza di persone che
possano dialogare su questi temi, che desiderino confrontarsi e
crescere scambiando idee ed esperienze. Questi individui vogliono (e
non ne fanno mistero) la distruzione di tutto ciò che sia riconducibile
al pensiero critico femminista, vogliono che sparisca e sono pronti a
usare diverse strade perché ciò avvenga.

Hanno dapprima tacciato i gruppi femministi e contro la violenza
sulle donne di estremismo, di “nazifemminismo” (sic!), di propagandare
odio verso gli uomini, di incentivare l’uso della “falsa accusa di
stupro”, di voler distruggere la famiglia e così via in un’escalation
drammatica da mania di persecuzione. Questo carosello di accuse oltre i
limiti della realtà, però, appariva poco preoccupante, somigliava alle
esternazioni di alcuni uomini politici che usano dare del “comunista” a
chiunque non la pensi come loro…

La situazione, purtroppo, peggiora ben presto e su Facebook alcuni
gruppi femministi e contro la violenza sulle donne vengono clonati: il
titolo del gruppo e le immagini vengono copiati mentre i contenuti
risultano completamente differenti: in alcuni casi i “clonatori”
riprendono post pubblicati sui veri gruppi e ne stravolgono
completamente il senso, altre volte riportano link e iniziative
esplicitamente maschilisti, invece ciò che manca con evidenza e in
maniera assoluta sono i contenuti femministi. Chi prova a far loro
notare che tra i titoli (“Femminismo”, “No alla violenza sulle donne”,
“Donne e Femminismo”, ecc.) e i contenuti vi è una certa incoerenza
viene bannato immediatamente e non vi è alcuna altra possibilità di
comunicazione.

Appare in principio un’iniziativa di puro e semplice disturbo, magari
infantile e fastidiosa ma null’altro. È, invece, parte di una
strategia: gli iscritti ai gruppi clone “bombardano” Facebook di
segnalazioni contro i gruppi veri fino a determinarne la chiusura:
sotto la scure censoria del Social Network cadono diversi gruppi non
solo leciti e con attività perfettamente legali ma anche gruppi che
godono del patrocinio di enti pubblici e promuovono campagne contro la
violenza e contro la pedofilia. I gruppi clone maschilisti, d’altra
parte, risultano di “difficile chiusura”, spesso rimangono on-line dopo
l’eliminazione del gruppo originale nonostante veicolino contenuti
fuorvianti e, alle volte, violenti e discriminatori.

Nello stesso periodo sono attaccate di continuo, stravolgendone i
contenuti, diverse pagine di Wikipedia che fanno riferimento a tematiche
di genere. Di lì a poco anche alcuni video su YouTube, in cui si
riassume ciò che sta accadendo, vengono rimossi in base a segnalazioni
immotivate.

Questo è solo un piccolo riassunto molto in breve di ciò che è
accaduto, degli attacchi continui alla libertà d’espressione e
dell’intolleranza di alcune persone.

Non sappiamo quali nuovi sviluppi si produrranno né abbiamo alcun
interesse a far chiudere i gruppi maschilisti (salvo quelli che
presentano contenuti volutamente discriminatori o di incitamento alla
violenza). Chi volesse segnalarli può farlo, ma non è nei nostri
interessi sfruttare il sistema delatorio di questi Social Network.

La questione è diversa e riguarda la libertà in rete di ognuno di
noi, se Facebook, Wikipedia e YouTube non sono capaci di gestire la
libertà di parola e il confronto aperto sui loro portali, se non sono
capaci di introdurre sistemi di controllo efficaci e non basati sulla
delazione, se non sanzionano chi segnala senza giusta causa e se non
riescono a distinguere le fonti corrette e i discorsi violenti da tutto
il resto, dovrebbero dichiarare fallito il loro stesso motivo
d’esistenza che rientra nella definizione di Web 2.0. Ci spiega la
stessa Wikipedia: “Il Web 2.0 costituisce anzitutto un approccio
filosofico alla rete che ne connota la dimensione sociale, della
condivisione, dell’autorialità rispetto alla mera fruizione: sebbene
dal punto di vista tecnologico gli strumenti della rete possano
apparire invariati (come forum, chat e blog, che “preesistevano” già
nel web 1.0) è proprio la modalità di utilizzo della rete ad aprire
nuovi scenari fondati sulla compresenza nell’utente della possibilità
di fruire e di creare/modificare i contenuti multimediali.”

Se questa possibilità di creare contenuti multimediali e fruirne
liberamente viene impedita da un gruppo di persone, siano essi censori
“ufficiali” o persone che hanno in odio il libero pensiero, l’intera
idea di Web 2.0 crolla, la stessa esistenza di Wikipedia, Facebook,
YouTube, ecc. ne risulta svuotata di senso fino a renderli meri
contenitori di messaggi commerciali o sciocchezze (quando non di
falsità). I metodi squadristi usati contro il femminismo su questi
social network potranno essere utilizzati contro qualsiasi altro
pensiero e non crea alcuna difficoltà immaginarsi che un domani
subiranno gli stessi attacchi anche tutti coloro che si occupano di
diritti umani o degli animali, di antifascismo, di razionalismo e
ateismo o di lotta alla mafia, e vedranno sparire le loro pagine in
seguito ad attacchi simili e senza alcuna motivazione plausibile.

Cosa bisogna fare? Già conoscere ciò che è avvenuto è gran passo
avanti, essere consapevoli delle minacce alla nostra libertà
d’espressione è un buon inizio. Bisogna, poi, contattare gli
amministratori delle varie piattaforme per sapere cosa fanno
attivamente per verificare che non avvengano tali soprusi; quali sono i
loro criteri di scelta riguardo le pagine da eliminare; perché non ne
verificano realmente il contenuto e perché non sanzionano chi fa
segnalazioni inappropriate. Ma soprattutto chiedere loro che si dotino
di altri sistemi di segnalazione visto che quello attuale favorisce la
delazione e la deresponsabilizzazione delle persone che con un semplice
clic e senza alcuna responsabilità possono far chiudere pagine,
profili e gruppi per il semplice desiderio di veder sparire ciò che non
piace.

In ballo non è l’esistenza di qualche gruppo ma la possibilità stessa
di godere di una Rete libera.

Continua su LadyRadio

Posted in Fem/Activism, Misoginie, Omicidi sociali.


2 Responses

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  1. m. says

    aldaris, grazie di questi consigli ma come vedi noi siamo su autistici e non su facebook.
    tutte le cose che dici le sappiamo. se hai qualche altro server utile per farci un social network o qualcosa del genere che sia rispettoso delle donne siamo pronte a seguirti 🙂

    se hai manuali tor /gpg decodificati anche per analfabete tech per ogni sistema operativo per tutti i tipi di donne comprese quelle che stanno su facebook ma non hanno la minima idea di come si usi tutto il resto(non puoi fingere che il gap tecnologico per tante donne sia un problema), noi siamo disponibili a condividerli ovunque.

    ma il punto è: basta averci un serve autonomo per contaminare un media come il web che è infettato di sessismo?

    ciao

  2. Aldaris says

    Per creare una rete libera serve decentralizzazione nella gestione dei server, perchè comunicare usando server sui quali non hai alcun controllo? Facebook è in mano a poche persone a cui non interessa la libertà di espressione, a loro interessa far soldi vendendo i dati personali degli utenti a società di marketing o a servizi segreti (la CIA è il più grande finanziatore di Facebook), pensi veramente a Facebook sia un luogo di libertà? Ogni comune, associazione, collettivo DEVE avere il proprio server che usa per comunicare e promuovere le proprie campagne. Servono server autogestiti.
    Aggiungo anche che bisogna imparare a difendere il proprio anonimato e la privacy, quindi istruire all’uso di applicazioni quali Tor e GPG che devono diventare abitudini.
    La libertà di espressione dipende da noi, anzichè lamentarsi imparate ad usare gli strumenti che avete a disposizione per evitare la censura.
    Parlare di diritti umani su Facebook, perchè? Perchè creare un gruppo su Facebook quando è così vulnerabile alla censura? Spostate le discussioni su server dove avete controllo.
    Saluti Aldaris.