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Chi si indigna per Fathima?

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di Monica Perugini

Serve ancora parlare di indignazione? Non credo, ormai la soglia è stata superata e da tempo, per le donne, gli immigrati, gli operai espulsi dal lavoro e quindi dalla esigibilità dei diritti e dalla dignità.
La storia di Fathima racchiude tutto ciò.

Si era sposata con un connazionale, non aveva avuto figli, il marito l’ha abbandonata perché la credeva sterile, lei non stava bene e poco dopo la separazione ha scoperto di essere incinta.

La bambina è nata in Italia eppure, per la stampa locale, “è ben integrata all’asilo” come si trattasse di un corpo estraneo che viveva ad Acquanegra Sul Chiese giunta da chissà dove.

Fathima era rimasta sola, lavorava come colf e badante in regola, ultimamente non stava bene ma non voleva chiamare il medico ed assentarsi perché rimanere a casa poteva significare perdere il lavoro.

A 43 anni ha avuto un malore, è stata male e si è accasciata al suolo, morendo. La sua bambina, 5 anni, le è stata accanto credendo dormisse, così ha detto ad un amico che è andato a cercarla, perché non rispondeva al telefono.

E’ così che va. Persone che vivono nell’ombra a Mantova come a Rosarno, al di là della condizione umana leggermente migliore. Ma sempre sole, sempre integrabili, mai cittadini e cittadine.
Punite dalla vita, dalle consuetudini sociali che costruiscono fino all’ultimo tassello della (sotto)cultura della nostra civiltà: perché hanno la pelle scura, perché sono donne e, per un motivo qualsiasi, magari legato alle condizioni di salute, non riescono o non vogliono tenere il passo imposto dalle condizioni ineliminabili poste dal pregiudizio, dalle morali religiose, dalle scelte sociali ed economiche che considerano le persone utili solamente come mezzi per produrre -quando servono- ed essere cacciati, isolati, emarginati –quando non servono più- in base al principio dominante oggi in voga: il razzismo, quello eclatante delle ronde calabresi ma anche quello strisciante che solo l’ipocrisia connaturata ad un modello di sviluppo basato sul profitto e sull’egoismo, sa rendersi persino pietoso.

Quello che interessa è lavorare servendo per poco, per niente, senza pretese, senza diritti, così che siano sempre più persone ad avere paura al posto della coscienza e le loro schiera si possa rimpolpare ogni di giorno di più e la lotta per difenderlo, quel lavoro e la sua dignità, divengano desueti nella sua operatività quanto nella concezione che possano ancora esistere.

Allora saranno molti di più a non dover chiamare il medico per paura di restare disoccupati, a lavorare per 25 euro (forse) al giorno e i padroni del vapore avranno ancora più possibilità di scelta nello sfruttare, dividere ed escludere perché alla fine possano restare veramente in pochi “eletti” a godere dei privilegi che sostituiranno i diritti.

Non ci sarà nemmeno più bisogno di invocare la modifica della Costituzione. Quella Carta in cui riponiamo le speranze della democrazia dell’eguaglianza, l’hanno già resa carta straccia.

Mantova 10 gennaio 2010 

Posted in Anticlero/Antifa, Omicidi sociali, Pensatoio, Precarietà.