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Due storie semplici

I treni si prestano a mille incontri. Lei arriva vestita di
bianco. Pantaloncini e camicia leggera. Più o meno quaranta anni. Capelli tinti
biondi. Il viso lascia trasparire la fatica della sua vita.

Viene da un paese siciliano e sta tornando dal suo uomo. In
Sicilia la considerano un po’ puttana. Lei è separata e le separate non hanno
una vita degna di questo nome dalle sue parti. Così mi dice.

Un po’ di anni fa decise di emigrare e in una grande città
ha conosciuto un uomo che la tratta bene. Fa il camionista.

Lei ha voluto imparare il suo mestiere per dargli il cambio
e per diventare indipendente. Sta prendendo la patente e mentre racconta della
differenza tra un camion semplice e un tir ultima generazione si vede tutta la
sua competenza e la sua sicurezza.

Man mano che si allontana dal paese lei diventa una donna
solida, con una prospettiva e con una dimensione che porta avanti con tenacia.

C’e’ un’altra donna, bellissima, curata, con un sorriso
dolcissimo. Parla del più e del meno e poi non ce la fa più. Si lascia andare
in confidenze intime che, come lei stessa dice, non farebbe a nessuno a parte
noi, estranee, sicura che non ci rivedrà mai più.

Ha una storia come tante: un padre severo, un fidanzamento
in giovanissima età, un matrimonio e il trasferimento nel paese del marito. Un
buco di cinquemila abitanti dove lei ha smesso di vivere e di essere se stessa.

Così ricorda che nella sua città d’origine non doveva dar
conto di nulla ai vicini o ai parenti. Invece in quel paese, in balia della
famiglia del marito e delle vicine pettegole e curiose lei ha rinunciato a
tante cose. Si è chiusa sempre di più dentro di se’ fino a che non è riuscita
più ad uscire da sola e poi neanche a varcare la soglia di casa.

Si è ammalata di depressione con qualche disturbo
alimentare. Ore di ginnastica per tenersi in forma e poi immobile a letto in
silenzio senza riuscire a gestire neppure i suoi figlioli.

Il marito non ha capito e ha scambiato il suo malessere per
un capriccio. Così lei è passata da un medico all’altro perché l’unico modo per
stare ferma era quello di immaginarsi addosso una grave malattia. L’ultimo
infine le ha consigliato di rivolgersi ad un analista e si è rifiutato di
prescriverle farmaci.

Allora ha smesso di essere malata e ha ricominciato lentamente
a vivere prendendo appunti su tutto quello che le accadeva attorno. La vicina
impicciona era sempre pronta a chiedere dove fosse stata e perché fosse tornata
così tardi dal supermercato. La dirimpettaia la guardava con aria di
sufficienza perché immaginava di certo di essere più brava nella gestione dei
suoi figli. Tante donne imprigionate ciascuna nel proprio ruolo a fare da
guardiana dei valori patriarcali senza nessuna ragione comprensibile a parte
quella che vuole ogni donna dedicata a costringere altre donne a fare le loro
stesse scelte perché altrimenti non saprebbero come gestire i dubbi, i
conflitti e le contraddizioni.

C’era la famiglia del marito che la compativa e la trattava
come se lei fosse una “sbagliata”. Poi c’era lei, che non riusciva a stare bene
in quella casa, con quella gente e a percorrere quelle strade.

Finchè un bel giorno capì una cosa seria: voleva tornare nella sua città. Più vicina alla sua famiglia. Più vicina ai suoi amici e alle sue amiche.
A respirare la sua aria e a parlare la sua lingua. A calpestare il suo
territorio senza paura di sbagliare perché solo lì si sentiva sicura.

Però non poteva andare via perché i figli, la famiglia, le
spese, la casa, tutto quanto la costringeva a restare lì. Perciò la sua
depressione è diventata malinconia, tristezza infinita. Quella casa non la
sentiva sua. Come poteva dato che era l’unico luogo nel quale non si sentiva
sicura di se’?

Le due donne che ho incontrato sono l’una l’opposto dell’altra.
La prima si è liberata del suo fardello ed è andata a prendersi il pezzo di
vita che le spettava. L’altra invece è costretta in una prigione dalla quale
non può liberarsi. Perché lui non lascerebbe la sua casa e perché lì ci sono i
suoi figli. Perché non ha un lavoro, dato che ha investito tutta la sua vita
nel suo matrimonio.

Sono due storie semplici. La prima narra di una donna che è
andata via dalla Sicilia per essere libera e la seconda invece riguarda una
donna che in Sicilia è prigioniera della sua scelta di vita.

Due storie semplici, dicevo. Oppure no.

Posted in Corpi, Omicidi sociali, Pensatoio, Precarietà.


3 Responses

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  1. Azalais says

    Vi racconto un episodio analogo, mi perdonerete se è di scarso interesse ma mi serve liberare la pancia dal malessere che mi ha provocato. Le pancie ripiene di parole dolgono molto.

    Ieri chiacchieravo con una mia collega (mi sto abilitando a insegnare filosofia, frequentando quell’estorsione legalizzata che è la ssis. Ognuno passa le proprie forche caudine). Si parlava di progetti di vita futura. Vita standard: lavoro, matrimonio, figli. Mi ha detto che il minimo che deve guadagnare un uomo per mantenere moglie e un solo figlio sono tremila euro: il suo fidanzato non li guadagna ancora, non possono sposarsi. Il mio compagno e io, lavorando entrambi, non li guadagneremo forse mai, tremila euro al mese.

    Non ho saputo rispondere. Non sono stata in grado. Perché dallo stomaco mi sono salite una tristezza infinita e un’infinita insofferenza. Non sono riuscita a avvertirla della trappola in cui si sta cacciando con le proprie mani, non sono riuscita a farle prendere coscienza del fatto che si sta facendo schiava da sola, che la libertà vera sta nella possibilità dell’autodeterminazione, nella possibilità di scelta. E i soldi non servono a comprare le borse firmate, ma ad avere la possibilità di decidere ogni giorno se continuare a dividere la propria vita con qualcuno.

  2. fikasicula says

    ehi 🙂
    grazie a te lilli perchè le leggi e ti emozioni. evidentemente l’indifferenza non è una caratteristica che ci appartiene…
    l’immagine è fantastica, vero. l’ho beccata sul gruppo contro la violenza maschile sulle donne su facebook. l’ha postata aurelia..
    spero di non confondermi. o su un altro gruppo contro violenza sempre lì…
    boh
    non ho una fonte precisa però altrimenti l’avrei indicata.
    abbraccio

  3. lilli says

    grazie fika per continuare a raccogliere e raccontare storie semplici dalle trame intricate, che pinzano la gola e il cuore e che fanno montare la rabbia dal profondo.

    bellissima l’immagine, dove l’hai pescata?