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Quando sei nato non puoi più nasconderti

La cosa più bella del film di Marco Tullio Giordana è il titolo, che poi è il titolo del libro di Maria Pace Ottieri, che poi è il nome intero (in mandingo) di un ragazzo della Sierra Leone sbarcato a Lampedusa per sfuggire alla guerra civile. E' l'unico film italiano candidato al Festival di Cannes del 2005 e mi dispiace dire che l'ho trovato squallido, ovvio, a tratti morboso. Ne parlo qui perchè c'e' di mezzo una molestia ad una bambina e la questione mi ha lasciato abbastanza perplessa. Tutto il film mi è sembrato comunque una enorme paternale. Perchè è piu' facile dire che tutto va male o poteva andare meglio tirandosi fuori dalle questioni, osservandole dall'alto e adoperando il tono di chi pensa che già così ha assolto alla sua responsabilità. In fondo nulla è realmente colpa nostra, no?  Torniamo comunque al film:

E' la storia di un bambino figlio di un ricco imprenditore bresciano che per pisciare controvento sulla barca di lusso del papi cade in mare aperto. Lo salva un rumeno "imbarcato in un barcone" guidato da due scafisti. Il giovane immigrato si è portato appresso una ragazzina con un faccino da Lolita che ha un ruolo di mera seduzione nelle fantasie morbose di chi ha pensato il personaggio. Ogni cosa sta al posto giusto: il ragazzino italiano è perfettamente dotato, intelligente. Persino in una situazione rischiosa come quella che lo vede minacciato di sequestro (se si fosse lasciato sfuggire con gli scafisti di essere di nazionalità italiana), lui fa invidia al piccolo Buddha per saggezza. Poi c'e' l'immigrato, bello e impossibile, senza scrupoli ma con l'occhio languido che inganna chiunque gli capiti a tiro. I due scafisti sono il massimo della banale semplificazione. Il cattivo deve essere cattivo per forza, in ogni cosa. Cattivo nell'aspetto, nella parlata, mentre getta in acqua un immigrato morto durante il viaggio, mentre prova a barattare un po' d'acqua da bere con una serie di strizzamenti di carne alla faccia della bimba lolita. Cattivi perchè abbandonano gli immigrati in mare ridendo. I naufraghi invece vengono raccattati dalla Guardia Costiera che ovviamente è fatta di brava gente che non sperona la barca, la accosta con delicatezza e la traina offrendo uno spazio più comodo a chiunque volesse passare nella loro postazione da Prima Classe. Arrivano in Puglia in un Centro di Permanenza Temporanea lindo e pulito, gestito da un prete che già che c'e' si occupa anche di togliere dalla strada un po' di prostitute (ma non vi ricorda quel parroco che è stato arrestato per sfruttamento e molestie?). Una persona quasi per bene che stipa donne e uomini dentro insufficienti stanzoni e lavora con tanti bravi stranieri che traducono per lui ogni parola e si occupano di tutto. Un prete proprio tanto prete che solo ad un certo punto si svela e accoglie il bambino italiano dicendogli che lui non deve stare con gli altri perchè "lui non ha fatto niente". A questo punto c'e' una bella scena sfumata – in cui si intravedono gli immigrati in fila per il riconoscimento – che rimanda alle immagini dei torturati di Guantanamo e a quelle dei deportati dai nazisti nei campi di sterminio: tutto abbastanza scontato e quasi stonato rispetto al resto che nulla ha di simbolico. Certo, Giordano ha provato a far vedere l'ipocrisia delle istituzioni, il danno che può fare una legislazione come la nostra, ma tutto il film è pervaso di un moralismo strisciante che è coronato dalla scena in cui lo scafista molesta la bambina. Tutti sono proprio tanto buoni: la famiglia bresciana che vuole a tutti i costi occuparsi degli immigrati perchè gli hanno salvato il figlio. (Avrebbero fatto lo stesso se questi disgraziati non gli si fossero schiantati contro?) Nel film non si capisce ma si vede che lui, l'industriale, è un buono: a tal punto che concede un'area della fabbrichetta per  dare spazio ai suoi operai musulmani in cerca di un luogo di preghiera. Poi ci sono gli amici del papi che danno il bentornato al rampollo con una moto di grossa cilindrata per regalo. Cattivi o piuttosto ingrati sono invece i due fanciulli rumeni, perchè quando vengono accolti nella villa con piscina dei bresciani riconoscenti, non volendo dar retta al genitore che li esorta a costituirsi, tanto poi lui sarebbe andato a prenderli di sicuro, fanno razzia di tutto quello che possono raccattare e scappano via. Qui si assiste al tripudio della banalità nel momento in cui il bambino rompe e getta via il simbolo di amicizia con il giovane rumeno. Lui finirà per fare il magnaccia e la ragazzina diventa una prostituta vestita e truccata da lolita (roba vistosa, labbra rosso fiamma).

Mi fermo qui perchè la parte sulla quale mi interessa riflettere è quella della molestia.

Era proprio necessario inserire quella scena per connotare ancora più negativamente il personaggio dello scafista?  Perchè a pensarci bene in tutto il film i personaggi negativi sono: gli scafisti e il magnaccia rumeno. Invece il prete, i carabinieri che fanno l'identificazione, la guardia costiera, la giudice, la famigliola bresciana, sono tristi, forse un po' squallidi, magari ipocriti ma realmente cattivi mai. Come se lo scafista non fosse la conseguenza diretta di tutto un sistema che vuole mantenere il ricatto sugli ingressi autorizzati degli immigrati. Come se non si trattasse di una tratta degli schiavi dei nostri tempi. Il ruolo non mi è simpatico ma la perversione che Giordana gli addebita è discriminazione di alcuni ceti sociali in favore di altri. Non voglio fare l'apologia dei poveri ma buoni. Dico solo che la carezza reiterata e morbosa fatta alla bambina può essere sintomo di qualcos'altro. Lo scafista si lascia prendere da una gestualità volgare e animalesca fino a che non si accorge che il ragazzino italiano lo sta osservando. Come dire che si lascia vincere dagli istinti fino a che si sente protetto da sguardi estranei e torna a fare il santo padre di famiglia in loro presenza. Lui è un uomo che è in preda ai suoi istinti e la bimba solo una che ha bisogno dell'acqua da bere. Ora, a parte i riferimenti sessisti del regista che tenta inutilmente di esplorare la complessità per finire in una scena simil tinto brass pure se meno comica, la scena mi sollecita una riflessione: chiunque puo' avere dei bisogni e se piuttosto che affrontare i propri istinti e considerare con onestà la natura dei propri desideri si limita a piantare paletti dettati dalla morale cattolica piuttosto che da altre religioni, non sarà mai in grado di scegliere. Una persona responsabile, non in grado di prevaricare, fare male, stuprare, molestare, dovrebbe aver affrontato i propri desideri o la natura egoistica e morbosa dei desideri e dovrebbe aver concluso che il rispetto per l'altro è una sua priorità. Ma se invece le priorità diventano un paio di comandamenti, le encicliche papali, le esternazioni dei cardinali, o le stesse regole dogmatiche dettate anche dalla politica di sinistra, non si arriva a nulla. I paletti servono in chiave di controllo. Il controllo è fatto apposta perchè chiunque lo sfugga. Il bisogno egoistico di uno che molesta innanzitutto non dovrebbe essere legittimato dalla cultura patriarcale e sessista esistente. Non dovrebbe essere neppure legittimato dal moralismo selettivo che si traduce in: questa è una troia e la posso stuprare, questa invece no. Noi viviamo in un sistema sociale basato sui bisogni egoistici e pervaso dalla incapacità di vedere, accettare e rispettare l'altro. Questo avviene ad ogni livello. In ogni momento della nostra giornata. Come si misura l'egoismo e la incapacità di vedere l'alterità, la diversità per la nostra morale? Per ciò che io vedo tutto si riduce semplicemente al fatto che vi sono bisogni egoistici ben rappresentati e altri che invece no. Chiunque vuole avere ragione. La vince chi è – in un modo o in un altro – più forte. Quando proprio non si viene a capo di nulla allora si usa il diritto – la giustizia – che nasce proprio per dirimere controversie tra persone. Il diritto/le leggi sono fatte da alcune persone e rappresentano alcuni bisogni egoistici e non tutti. Quelli delle donne sono molto poco rappresentati, così come quelli dei bambini e di altre categorie non sufficientemente forti per far valere il proprio bisogno. Siamo noi che costruiamo giorno dopo giorno una mentalità fatta di piccole e grandi prevaricazioni. Esplorare i propri egoismi – per capire dov'e' il nostro limite delle schifezze che faremmo dentro casa ma non davanti agli altri – potrebbe permetterci forse di trattare i molestatori, gli stupratori come una piccola parte di noi che va curata, affrontata, banalmente accettata. Il carcere non produce uomini salvi e cristianamente altruisti. Le pene detentive non risolvono in un sistema sociale che incoraggia e tutela gli egoismi. L'autodifesa è un buon modo. L'istruzione e investire sulle culture è un'altro ottimo modo. La solidarietà reale tra persone è ancora un modo. Infine consiglio la psicoanalisi e lo psicoanalista. Se Giordana ne avesse scelto uno come consulente forse non avrebbe trattato un aspetto così comunemente borderline come un qualsiasi stereotipo da attribuire solo agli sporchi e malvagi scafisti.

 

[e.p.] 

Posted in Pensatoio.