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Il Fascino fascista (di Susan Sontag)

Traduzione da Fascinating Fascism (ripubblicato su Under the sign of Saturn) disponibile in lingua inglese, con immagini e link e video, QUI. Buona lettura!

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Fascino fascista

[si divide in due parti: la recensione critica di The Last of the Nuba by Leni Riefenstahl (1974) e quella di SS Regalia by Jack Pia (1974)]

I.

Primo reperto. È un libro con 126 splendide fotografie a colori di Leni Riefenstahl, certamente il più affascinante libro fotografico pubblicato negli ultimi anni. Sulle impraticabili montagne del Sudan meridionale vivono appartati circa ottomila Nuba, simili a dèi, emblemi della perfezione fisica con le loro grandi teste eleganti e in parte rasate, i visi espressivi, i corpi muscolosi depilati e decorati con cicatrici; cosparsi di cenere sacra grigiastra, gli uomini balzano, si accovacciano, meditano, lottano sugli aridi pendii. E sul retro di L’Ultimo dei Nuba c’è una seducente esposizione di dodici ritratti della Riefenstahl in bianco e nero, affascinanti anche loro, una sequenza in ordine cronologico di espressioni (da un’appassionata interiorità al ghigno della matrona texana che partecipa a un safari) che sconfiggono l’intrattabile marchio dell’età. La prima fotografia è stata presa nel 1927, quando la Riefenstahl aveva venticinque anni ed era già una diva del cinema, le più recenti sono del 1969 (tiene tra le braccia un neonato africano nudo) e del 1972 (ha in mano la macchina fotografica), e ciascuna illustra una diversa versione dell’aspetto ideale, una specie di bellezza imperitura, come quella di Elisabeth Schwarzkopf, che col passare degli anni diventa soltanto più allegra e più metallica e più fiorente. Sulla sovracoperta c’è una scheda biografica della Riefenstahl, e un’introduzione (anonima) intitolata “Come Leni Riefenstahl ha scoperto i Nuba Mesakin di Kordofan”, piena di inquietanti bugie.

L’introduzione, che ci dà un minuzioso resoconto del pellegrinaggio della Riefenstahl nel Sudan (ispirato, ci dicono, dalla lettura di “Verdi colline d’Africa” di Hemingway “durante un’unica notte insonne a metà degli anni cinquanta”), definisce laconicamente la fotografa come “una figura mitica nel mondo del cinema prima della guerra, oggi quasi dimenticata da una nazione che ha scelto di cancellare dalla memoria un’era della sua storia”. Chi (si spera) se non la Rienfenstahl stessa può aver elaborato questa storiella su quella che viene nebulosamente definita “una nazione” che per qualche non meglio precisata ragione “ha scelto” di compiere la deplorevole vigliaccheria di dimenticare “un’era”, che con molto tatto di evita di specificare, “della sua storia”? E’ probabile che almeno alcuni tra i lettori trasaliranno di fronte a questa pudibonda allusione alla Germania e al Terzo Reich.

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Posted in Anticlero/Antifa, Memorie collettive, R-esistenze.


Violenza maschile: la verità è catarsi!

http://www.youtube.com/watch?v=i7j7RwUQctY

Orange and Sunshine è un film di Jim Loach, figlio del più noto Ken. Basato su una storia vera, racconta della lotta di una donna, Margaret Humphreys, assistente sociale britannica, che negli anni ottanta scopre una bruttissima storia che coinvolge il governo britannico e quello australiano. 130.000 bambini e bambine vengono deportati da uno stato all’altro, viene detto loro che le madri erano defunte, e così non era, e viene promesso un radioso futuro di arance e sole. Vengono invece consegnati ad aguzzini con la tonaca che li condannano ad una vita di stenti e lavori forzati in cui sono costretti a lavorare senza scarpe, acqua, sotto il sole, o a strofinare pavimenti, a partire dalla tenerissima età, per poi essere condannati a subire abusi di ogni genere da parte di uomini di chiesa che ovviamente avevano tutto l’interesse a tenere per sè la faccenda.

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Posted in Anticlero/Antifa, Omicidi sociali, Pensatoio, Vedere.


Stefania Noce, io, non la conoscevo!

Stefania, io, non la conoscevo. O forse si perché in fondo mi pare che questa ragazza dai sogni vivi sia stata un po’ anche me. La ragazza di paese che nel rapporto con l’università cresce e si lascia contaminare, contagiare, o magari è lei che contamina e contagia riuscendo ad aprire prospettive altre e a immaginare un futuro differente, fatto di migliori condizioni per gli studenti e le studentesse, per gli uomini e le donne.

Io me la vedo questa ragazza cresciuta in un angolo di Sicilia dove c’è la via centrale per andare a passeggio la domenica, dove la scuola è un momento di riscatto, dove l’amore a volte può sembrare una trappola perché si incontrano persone troppo possessive, che difficilmente ti lasciano andare se tu hai voglia di andare via. E vedo intatta questa solidarietà familiare, coi nonni lì presenti a custodirla, restando ancorati a quella vita o alla morte assieme a lei e poi quella madre che s’è vista scippare una creatura partorita e cresciuta e portata avanti giorno dopo giorno. E quel padre che non riesce a sentirsi uomo senza sposare la causa della figlia, per stringerla ancora a se’, per sentirla più vicina, per dirsi orgoglioso di quel tratto che per quanto breve ha cambiato tante vite, inclusa la sua.

Vedo un paese in cui la vicina osserva come vai vestita, il vicino osserva per riferire all’uomo di famiglia con chi vai a braccetto, se respiri, se fumi, se dici parole che non sono consone a quelle convenzioni, se non sei promessa sposa o se non hai celebrato il fidanzamento ufficiale, se vai a scuola all’angolo o se fai la pendolare, se sei una fedele alle regole paesane o se sei stata contaminata dalla città grande, se sei una che esiste per trattenere il respiro o se invece prendi tutto l’ossigeno che ti serve.

O almeno io lo immagino così, quel posto, come tanti altri della sicilia, dove combatti dalla nascita per affermare ciò che vuoi essere e dove la conquista maggiore è averci tutta la famiglia a fianco, che sta con te, si batte assieme a te, ti segue nel progresso e investe nel futuro, il tuo, ma anche il loro, fatto di empatie serene, di ricchezze che restano in eredità, di solidarietà reali.

Qualcuno, stupidamente, mi ha detto che se sei femminista non puoi aver scelto un uomo che ti fa del male. Ed è una cosa stupida, davvero, perché è un’accusa che mi sento addosso, come fosse stata colpa mia o di tutte le altre esserci procurate tanto malessere, come se crescere non sia già abbastanza doloroso, come se abbandonare le sovrastrutture di una mentalità misogina, quella che ci circonda e che indirettamente ci condiziona, non sia già abbastanza difficile, come se riuscire ad afferrare la sensazione di giustezza nel delimitare un confine, un limite, tra ciò che è buono per te e non lo è, sia una cosa così immediata.

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Posted in Fem/Activism, Iniziative, Pensatoio, R-esistenze.