Io volevo dire che Emlou Aresu ce la ricordiamo tutt*. Proprio a partire dal suo delitto ha avuto inizio la campagna dei lenzuoli contro la violenza sulle donne. Il suo assassino è stato assolto, per incapacità di intendere e volere, mandato in ospedale psichiatrico per cinque anni e poi basta, fine, stop. Così dice la stampa.
Lei era una donna, madre, persona, che si era svegliata per andare a lavorare e si è trovata di fronte un tizio che frequentava una palestra nazi, armato dei suoi pugni fino ai capelli e dopo aver litigato con la sua fidanzata la madre disse di averlo visto uscire con l’intenzione espressa di beccare una donna qualunque e fargliela pagare.
Emlou Aresu è una donna morta in quanto donna. Lui l’ha incontrata e le ha massacrato la faccia di pugni. L’ha lasciata lì, per terra, in una strada di Milano, e oggi si comunica al mondo che una donna non può vedersi riconosciuta dallo Stato quella violenza che le ha tolto la vita. Oggi si è stabilito che basta fingersi pazzo per essere compreso tra quelli da capire, assolvere, e basta.
Sarei un po’ stanca di vedere offesa perfino la memoria delle donne uccise o che tutto si misuri in una diatriba intellettual/giuridica su cosa sia meglio farne dei carnefici. Non mi interessa neppure entrare nel merito della legislazione, ché io sono convinta che la violenza maschile sia una costruzione culturale, fatta di legittimazione, omertà, complicità, negazionismo, banalizzazione, depistamenti esattamente come la mafia e come la mafia andrebbe trattata.
