Attenzione: in questo post si fa uso di un linguaggio esplicito, detto da altrui anche volgare. Se siete bigott@ o delicat@ di stomaco non leggete. Io vi ho avvisat@.
Per tutt@ gli/le altr@: il post è lungo e spesso mi dilungo su alcune cose perché mi sono lasciata andare e l’ho scritto di getto. Quindi leggetelo quando avete tempo e anche la testa per farvi due risate, perché avvolte bisogna pure riderci su.
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Dopo aver letto questa meravigliosa riflessione di Serbilla, che condivido in pieno, incuriosita sono andata a spulciare nel sito del programma, per vedere se l’argomento “lavoro sessuale” venisse raccontato anche in altri termini. Ed ecco che trovo la storia di Marika, una pornostar. Inizio a guardare tutti i video presenti sul sito, che parlano di lei e della sua vita.
La prima cosa che mi colpisce è l’atteggiamento della conduttrice che è palesemente e quasi costantemente a disagio. Atteggiamento prevedibile ma che non viene per nulla indagato, anzi lo si dà per scontato, per qualcosa che deve esserci. Questo mi ha disturbata alquanto, perché nel disagio della conduttrice c’è tutto fuorché qualcosa di naturale. Ed è di questo che vi voglio parlare, perché questa puntata più che raccontare la vita “hot” di una giovane ragazza che si autodetermina, mette in luce la censura e i blocchi che un’educazione borghese e cattolica causa nelle donne.
Il primo disagio lo si nota proprio all’inizio, quando Marika mostra un vibratore di vetro*. La conduttrice subito si intimorisce e quando la ragazza gli chiede se a lei servisse qualcosa, risponde che ha tutto. Mi ha fatto tenerezza, perché mi ha ricordato di quando avvampavo per un non nulla. Col tempo però capisci che quella timidezza non ti appartiene, almeno non così, e che la vergogna non nasce dal vibratore ma da ciò che esso significa o che ad esso si associa: una volontà di godere che va oltre il piacere mediante cazzo (non me ne vogliate, vi voglio bene, ma il piacere si raggiunge in tanti modi). Che si trattasse di vibratori, di manette, corde, cinture, fruste, leccalecca a forma di cazzo, mutandine allo zucchero, piccoli dildi, grandi dildi, palline che vibrano (non so come si chiamino, per intenderci quelle che hanno il telecomando che funziona a distanza) ed ect, quella donna avrebbe probabilmente risposto “no, ho già tutto” per due motivi principalmente:
1°- perché in pubblico non si dicono certe cose, ovvero che ti piacciono certi oggetti, certi giochi, certe pratiche… e con l’aggettivo certo intendo qualcosa che è percepito come “diverso/deviato”
2°- perché devi comunque porre una barriera tra te e lei, perché se le cose che fa lei piacciono pure a te, allora non c’è più dicotomia che regga
