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In occidente le donne possono spogliarsi?

La blogger egiziana Aliaa Magda Elmahdy aveva osato mostrarsi nuda sul proprio blog per ribellarsi alla censura islamica. Ne aveva subito le conseguenze, per fortuna non gravi, e per solidarietà altre femministe di tutto il mondo hanno deciso di spogliarsi e di realizzare un calendario [QUI le immagini].

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Posted in Anticlero/Antifa, Corpi, Fem/Activism.


Non lamentarti della precarietà. Pensa alla fame nel mondo!

Ho fatto il mio dovere. Ho partecipato alle vacanze pasquali di famiglia con il sorriso sulle labbra. Ho scherzato sul fatto che ancora non sono grande abbastanza, che è bello restare sempre adolescenti, che tanto a me ci pensano mammà e papà. Ho esibito tutto il mio buon umore, ho ingoiato l’umiliazione di dover vedere il cugino che ha la metà dei miei anni bello sistemato e impoltronito nell’azienda di famiglia, ho fatto le faccine strane quando ho sentito che l’altro zio metteva in piedi una attività per un altro figlio, ho risposto con ironia alla zia che mi chiedeva se prima o poi perfino io trovavo uno che mi sopportava così avrei risolto tutti i miei problemi e ho trascorso infine tutte le giornate con i bambini, quelli che ridono e scherzano e ti sfottono e si fanno prendere in giro e non ti caricano di sensi di colpa ed è liberatorio stare con loro perché puoi essere solo quello che sei: una precaria che si è rotta del mondo intero.

Tornando a casa trovo l’ennesimo disoccupato, accento partenopeo, che chiedeva la moneta, e a dirgli che sono precaria nonostante i vestiti buoni presi quando un lavoro ce l’avevo non sono tanto buona e allora tiè la moneta, un euro a te e se s’avvicina l’altro gli dico che ho già dato e se si avvicina pure la donna rom, con tutta la solidarietà di cui dispongo, le devo dire che si dividessero quell’euro perché sto a fare le ragnatele alla ricerca di uno stipendio decente e se insistono dirò che ho pure figli da mantenere che pare un argomento più plausibile perché se non sei madre pare che tu non abbia diritto a niente, neppure a lamentarti della precarietà.

Poi incontro il compagno che ho, precario pure lui, con i vestiti smessi del tempo in cui ebbe un impiego fisso, si passeggia in centro, si guardano le chiese, si misura il raggio di caduta dei colombi, si osservano i turisti che turisteggiano, si vedono intenti a fare foto, ma che ti fotografi dico io e comunque dove li trovate i soldi per venire a turisteggiare dove io faccio la fame, e poi, mano nella mano, ci si avvia verso un posto caldo, un letto, quello che ci si può permettere, l’affitto a margine del mondo, dove avere i muri con la muffa è una figata e dove ridi delle croste attaccate a bordo del bidet, crepe sulla parete, gli infissi che sputano aria fredda, la stufetta col motore in fiamme che pare mo’ decolla, ci si scoscia un po’ per volta perché il sesso da precari non è così disinibito, ché c’è da prevenire una bronchite.

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Posted in Narrazioni: Assaggi, Personale/Politico, Precarietà, R-esistenze, Storie Precarie.


Violenza sulle donne: quando si patologizza l’espressione di un bisogno!

Diversamente dal primo e dal secondo film (infarcito di pregiudizi e bacchettonissimo per mille aspetti) della serie “Mai per amore” trasmessa su Rai Uno ogni martedì (l’ultimo va in onda la prossima settimana) il terzo, con la regia della brava Margarethe Von Trotta, “La fuga di Teresa” mi è piaciuto. Abbastanza.

Dai dati riportati in basso, secondo l’indagine Europea, nel 2006 si potevano registrare 1010 casi di suicidi di donne vittime di violenza. Laura, la protagonista del film di cui parliamo, potrebbe essere stata una di queste (Teresa è la figlia come vedremo dopo).

Un film apparentemente sottotono, fin dal principio, dove tutti, incluso l’uomo che compiva le violenze, parlavano sottovoce. Un film atipico. Dove nessun poliziotto esibiva un’arma e dove il lavoro di investigazione, cosa abbastanza incredibile, veniva realizzato attraverso la collaborazione tra un poliziotto dalle pose tranquille e una psicologa anche lei ufficiale di polizia.

Laura, interpretata da Stefania Rocca, si suicida. Donna benestante appartenente ad una famiglia di imprenditori, lascia il lavoro e per due anni è affidata alle cure del marito, medico chirurgo cardiologo, che con la stessa dedizione cura le due figlie. Il suicidio di Laura inizialmente sembrerebbe  un incidente perché si teme lei, sottoposta ad una terapia che le imponeva di assumere molti farmaci antidepressivi, possa aver perso il controllo dell’auto.

Gli elementi che chiariscono quel quadro familiare sono evocati con destrezza dalla regista utilizzando un poliziotto che ha una sua idea su come sia avvenuta la vicenda, che mette in moto un’indagine basata su un sospetto (incredibile anche questo) e poi utilizzando vari espedienti narrativi, frasi calate qui e là, dinamiche familiari che lasciano vedere l’indifferenza, l’assenza di tutti, o meglio, la presenza di tutte le persone che non osavano dire nulla sulle reali condizioni di Laura.

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Posted in Omicidi sociali, Pensatoio, Vedere.