Skip to content


Piove, femminismo ladro!

Dall’Udi di Napoli:

Piove, femminismo ladro!

Parlando in queste ore, e queste ore sono il nostro
sempre,
e dire della commedia tragica nella quale si esibisce la voce dei
padroni può
soltanto sembrare inopportuno, e non lo è.

Parliamo dei femminicidi d’estate, che hanno uno
scenario diverso
solo nella temperatura. Da rimodulare nelle stanze dei tutori della
convivenza

Se dovessimo privarci della forza dell’ironia, per
le contingenze,
e non sarebbe questo un caso contingente, dovremmo perdere quella che è
la
forza della nostra parola, diversa perché non recita ed è sempre lo
specchio di
quelle che siamo: capaci di rivelare, vedere e insieme vivere con la
forza del
distacco ironico da chi sappiamo fa sul serio solo fuori dalla scena.

Parliamo in queste ore, come in quelle precedenti,
del
femminicidio che sfida temperature, crisi economiche ed emergenze d’ogni
tipo,
per ripetersi e scandire il tempo delle donne, anche solo come minaccia.

Ne abbiamo pronunciato il nome la prima volta per
salvare
Safija Hussaini, e non successe molto nell’universo politico, perchè
ancora
poteva vestirsi da crociato: si trattava di un’ altra, lontana, vittima
dei barbari.

Non abbiamo mai inteso con questa parola una nuova
fattispecie di reato, femminicidio è una parola politica che sottolinea
la disuguaglianza
legale e morale del valore attribuito alla vita delle donne. Il
femminicidio  è qui come altrove, sempre nella storia, un
pilastro dell’ordine delle cose che così
vanno, immutabili nell’orizzonte .

È stato forse per sofferenza, è stato forse per il
sospetto
col quale questa parola costringe a guardare dentro le relazioni con gli
uomini
del cuore, che alcune dissero che quella parola era usurpata ad altre
tragedie
e molte ancora dissero che parlare di violenza  era una
diminuzio simbolica del livello di
scambio politico tra femminismo e universo neutro. Questo, senza voler
riaprire
polemiche o ferite superate da una forte condivisione sul contrasto alle
violenze, va ricordato per
quanto segue, che è la denuncia dell’amara riproposizione dello “sta
succedendo ad un’altra che non ha i miei
strumenti, che non li usa”.
Oppure  Sta succedendo
perché se l’è voluta

-Se l’è voluta- così dice alla signora di Sondrio
la Cassazione. La sentenza,
oggi seconda metà del 2010, fa scandalo solo per chi è abituato a
risolvere
tutto con le proteste. Non è uno scandalo, è la vergogna celata sotto
l’equanimità del giudizio, in una continuità di perfetta logica con le
politiche di contrasto fin qui abbozzate dai governi. La sentenza dice
che  una donna che non si ribella, se picchiata e
maltrattata per molto tempo, non ha subito un reato. È già sfuggita alla
morte,
alla depressione, alla malattia, (e questo non è mai vero), basta così.
Non era
così indebolita da permettere di chiudere tutto con la pietà e la
beneficenza,
non è un caso pietoso, basta così!

I giudici sono stati in linea di coerenza con la
presa in
giro degli spot “che obbligano al coraggio”, dei fondi sempre più esigui
ai
centri antiviolenza, che seguono i protocolli internazionali per
l’emancipazione delle vittime, di leggi che servono ad altro. E una
legge che
non c’è.

Nel nostro paese non si distribuiscono risorse ai
centri
antiviolenza , quel poco che viene destinato al contrasto delle violenze
sessuate
prevalentemente si disperde su strutture religiose e benefiche, su
progetti
affidati agli imprenditori della sussidiarietà, e solo infine le
briciole vanno
ai centri.

Le femministe, nei centri e fuori, sono la vera
risorsa e lo
sono su due piani: denunciano dell’immobilismo di tutte le istituzioni,
dal
parlamento alle amministrazioni locali, e con l’autofinanziamento
assicurano la
gestione del contrasto alle violenze.

È qui che si può guardare nel danno implicito
arrecato a
tutte le donne in Italia, causato da parole come pietre che vengono
scagliate  dalla politica. La violenza si esercita nella
certezza dell’impunità, escludendo a priori in conflitto con la vittima,
perché
la si immobilizza le si impedisce di gridare. Come non vedere allora che
le parole
come pietre vengono scagliate nella certezza di avere in mano la
possibilità di
imbavagliare la risposta. Ci siamo sentite denigrare e vilipendere, ed
il
silenzio ci è stato imposto.

E ci siamo arrangiate da sole, consapevoli che
giornali e
media servono ai padroni della politica e a qualche donna, che in barba
alle
sue capacità e competenze, rischia sempre di apparire come occupante un
posto
frutto di elargizioni, che siano pari opportunità o motivi altri che
lasciamo
nominare alla volgarità dei padroni del megafono. Siamo andate  imparando,
per esempio che la farsa del
silenzio delle donne serve anche a dire che se la rappresentanza in
Italia è a
livelli da infrazione sulle risoluzioni Europee, in fondo è
giustificato, per
donne che non hanno ribellione e sono disinteressate a difendere la
propria
dignità.

Noi sappiamo che rappresentanza italiana, sanità da
obiettori, servizi da beneficenza pubblica, sono cose da politica
cialtrona per
un paese dove forse non si violenta di più e forse non si sopprimono più
donne
che altrove, ma dove sicuramente la cialtroneria insiste con maggior
volgarità
per la sovrapposizione quasi totale tra politica e informazione. Si
svergognano
a modo loro, fanno tutto da soli!

Fanno tutto da soli, tranne quello che facciamo noi
e senza
soldi.

È qui che domandiamo e lo domandiamo a donne e
uomini
intelligenti. Non a tutti gli uomini e le donne intelligenti, solo a
quelli che
più pervicacemente si chiedono dove siano le donne, con un’espressione
stucchevole, e che si prendono il compito, di fronte alla presunta
incapacità
politica delle donne, di sollevare le “masse femministe”. Naturalmente
fallendo, come tutti quelli che non sanno di cosa parlano. E non sono
solo i
giornali.

Mentre scorre il sangue delle donne straniere e
native in
Italia, mentre nelle scuole, nei conventi, sui posti di lavoro e sempre
nelle
case si consuma il femminicidio e la rapina sui bambini, uomini e donne
dell’opposizione si chiedono dove sono le donne, non per la vergogna che
avviene
sotto gli occhi di tutti, ma perché Berlusconi ha detto l’ultima, che
spesso,
riconosciamo, è sorprendentemente violenta e volgare.

Non se lo chiedono in quanto convinti, come invece
lo siamo
noi, che tutto quel cialtronare, del singolo per tutti, riassuma le
violenze
nelle case, lo sfruttamento della prostituzione, i soldati delle
missioni che
usano bambine e bambini, le torture e gli stupri nei centri di
permanenza, il
menefreghismo per il benessere dei cittadini.

Si tratta di ben altro: vorrebbero tutti e tutte
coloro che ci
invocano, che parlassimo a comando, male di Berlusconi, contando
infantilmente
sul potere taumaturgico di un’oceanica discesa, a comando, delle donne
in
piazza. 

Su femminicidio e, a distanza stellare nella scala
delle
priorità, insulti, pulmanate di studentesse  per rallegrare
il Rais Gheddafi, sappiamo di
poterci affidare solo a noi stesse, così come facciamo per tutto ciò che
riguarda la cura del mondo, ma quegli uomini e quelle donne intelligenti
si
attendono molto dalla loro classe dirigente e lavorano per aiutarli a
fare
l’opposizione, li correggono e  attribuiscono competenze: e
su quelle contano,
perché i grandi problemi  vengano
risolti. Per loro in questi grandi problemi non ci sono “quelli delle
donne”, (e
se guardassero bene vedrebbero lì la radice di tutto), problemi minori,
affari
di donne, che mica possono far perdere tempo ai loro capi.

Allora si fanno fustigatori del femminismo reale ed
epigoni
di un movimento di donne immaginario, deputato a parlare solo contro le
sconcezze del premier, che se davvero fosse, quel movimento, lì per dare
la
spallata, poi dovrebbe tornare a nell’ambito elargitivo delle pari
opportunità,
sempre a comando. È già successo che le donne scendessero in piazza,
negli anni
2000, tante volte, ma non era opportuno e a comando. È già successo, ma
non è
mai successo per chi attende un altro miracolo che gli levi le castagne
dal fuoco.

In questi giorni ci stanno scrivendo alcune donne
influenti,
chiedendoci se non abbiamo nulla da dire sulle ultime vittime della
brutalità
maschile, approfittiamo per chiedere a loro se hanno nulla da dire,
mentre
fanno cose così importanti, che immaginiamo impediscano loro di parlare.

Abbiamo deciso di scrivere a lungo, perché la
brevità è per
la stampa, perché la brevità presuppone mestiere. Noi non ne abbiamo di
mestiere, facciamo politica cercando di rispondere alla storia
quotidiana delle
vite di cui ci prendiamo cura. Scrivere a lungo è l’unico modo che
abbiamo per
allontanarci dalle ripicche e dai battibecchi che, fatti da noi,
confermerebbero la bontà dei battibecchi e delle ripicche in cui si
dipana il
vuoto filosofico della politica gareggiata.

Le donne morte in questi giorni, e anche quella
bambina che
ha che ha rischiato un’altra morte per sfuggire a quella sicura dello
stupro e
del coltello, non sanno più o in questo momento di offese, tagli di
bilancio o
legge bavaglio: la politica per loro è finita e non c’è forse mai stata
ad
aiutarle in nulla. Loro, nostre maestre, segnano il fallimento della
classe
dirigente, che è lì per prendersi cura della convivenza, e invece
dimentica
anche le lezioni sull’umanesimo studiate al liceo.

Noi le ricorderemo sempre, e se ci sfuggono i nomi,
perché
sono tanti, non ci sfugge che la politica ha fallito su tutte le
scommesse che
ha lanciato, perché ha pensato che avrebbe potuto far camminare
progresso e
democrazia sui loro corpi, scavalcandoli, nell’impossibilità di celarli
in
eterno, come si fa con le pozzanghere quando piove.

Piove, femminismo ladro!

Udi
di
Napoli

Napoli, 06/07/ 010 

Posted in Fem/Activism, Omicidi sociali, Pensatoio, Scritti critici.