Negli anni settanta una delle intuizioni forti del femminismo fu quella di realizzare una sovversione comunicativa. Analizzare e destrutturare il linguaggio sessista e capovolgere i significati di questioni che vivevamo sulla nostra pelle tutti i giorni fu una delle rivoluzioni più importanti mai fatte fino a quel momento.
Per esempio: quello che nella società veniva definito il "capo famiglia" riconoscendogli tutti i meriti e gli onori conferiti ad una persona che ottiene il titolo di "capo" di un clan, seppure familiare, fu definito giustamente padre padrone.
Padre padrone era colui che considerava la famiglia come una proprietà, quello che si spartiva i beni e che lasciava le donne in mezzo alla strada in caso di separazione. Era quello che decideva della vita dei figli. Quello che poteva picchiare (tramite lo ius corrigendi) ogni membro della sua famiglia per motivi di correzione. Il padre padrone quindi era l’equivalente dell’aguzzino di un carcere e la famiglia era definita come una istituzione totale (al pari di un carcere o di un manicomio).
Il padre padrone, marito padrone, era quello che poteva uccidere moglie e figlia, talvolta anche il figlio, per motivi di "onore". I motivi di onore, secondo le sentenze, potevano andare dalla decisione delle donne di non voler più avere rapporti sessuali con i mariti, dal volerli lasciare, dalla decisione delle figlie femmine di fare scelte che non erano condivise dal padre, dalla decisione dei figli di mostrare la natura della loro preferenza sessuale quando non era etero.
Meglio una donna morta che un marito cornuto, meglio una figlia morta che buttana, meglio un figlio morto che frocio, non erano solo modi di dire ma erano pratica abituale del padre padrone.
Il diritto di famiglia fu riformato tra gli anni ’75 e ’81. Tante cose restarono intatte e continuarono ad essere riprese dal codice rocco (quello fascista) ma alcune questioni sostanziali furono modificate come tante altre evoluzioni seguirono in ogni altro campo della vita sociale e pubblica.
Gli anni ottanta arrestarono quella evoluzione e dalla fine del decennio a tutti gli anni novanta, con eccezione per l’approvazione della legge contro la violenza sessuale che divenne reato contro la persona invece che contro la morale nel 1996, un grosso movimento di opinione "maschilista" cominciò a premere per tornare indietro.
Non stiamo inventando niente, sta tutto nella storia italiana, nelle carte degli interventi parlamentari e nella stessa involuzione del nostro ordinamento giuridico, tutte cose che altre hanno detto e dicono in modo dettagliato (ci torneremo su!).
Quello che però si iniziò a fare è affine al lavoro fatto in altre direzioni (cosa che tenteremo di analizzare nel nostro studio militante partecipato). Creare consenso attorno al maschilismo per permettere al maschilismo di riconsegnarsi alla storia intatto, più arrogante che mai, più incline che mai al dominio e alla violenza, sociale, fisica, economica.
Creare consenso attorno qualcosa che è stato a lungo descritto come negativo è cosa assai complessa. Quando berlusconi dice che la sinistra avEVA molte fonti di informazione e faceva circolare molti testi dice la verità. Dice la verità nella misura in cui alla sinistra si diede modo di accedere alle fonti di informazione e all’editoria perchè la sinistra fu parte fondamentale della resistenza antifascista. Senza dimenticare però lo strapotere della chiesa e quello della democrazia cristiana e successivamente del partito socialista che di sinistra avevano ben poco. La cultura diffondeva comunque cultura e la cultura era fatta da chi scriveva libri, diffondeva pensieri, elaborava analisi e le socializzava. C’erano case editrici autorevoli e c’erano studenti attivi nelle università e l’evoluzione in qualche modo partiva da quei contesti.
Creare consenso attorno ad una materia per permettere a quella materia di esibirsi anzi di essere auspicata richiede innanzitutto il controllo delle fonti di informazione, delle case editrici, delle distribuzioni editoriali, cinematografiche, televisive, ovvero dell’industria della cultura. Berlusconi lo ha fatto e Nanni Moretti lo ha descritto perfettamente nel suo film il caimano.
Chi non può occupare le fonti di informazione ufficiali si concentra su quelle periferiche e non è dunque un caso se squadristi di ogni risma, fascisti e maschilisti, progettano e attuano anche l’occupazione di ogni spazio del web. Non si accontentano di attivare propri spazi ma invadono quelli altrui in una totale assenza di rispetto per la libertà di opinione e in una concezione definitivamente fascista della gestione dei mezzi di comunicazione.
Ottenuti gli spazi, però, la parte più interessante e sorprendente è il capovolgimento, la distorsione, l’inversione semantica e semiotica che codesti soggetti hanno realizzato per realizzare persuasione sulla necessità di criminalizzare il femminismo (che vuole l’uguaglianza tra i sessi) e di rinvigorire e rivitalizzare il maschilismo (che vuole il dominio del maschio etero su tutti gli altri generi).
In pratica quello che fino a una decina di anni fa poteva ancora essere definito un padre padrone oggi viene definito – più teneramente – un papa’ separato. Se c’è stato un tempo, assai breve per la verità, in cui una donna poteva essere sostenuta nel ruolo di madre, di donna partecipe della ricchezza familiare, oggi ne è totalmente esclusa e sono i maschilisti a immaginare che dopo una separazione le donne dovranno essere buttate fuori dalla loro casa e fuori dalla vita dei loro figli.
Stesso stile hanno quelli che vengono accusati di pedofilia. Se c’era un tempo in cui si poteva dare credibilità e supporto ad un bambino che aveva subito violenza siamo tornati al tempo in cui un padre padrone può descrivere l’accusa che gli viene rivolta come "falso abuso" e richiama all’occorrenza l’uso di una falsa sindrome di alienazione genitoriale, la PAS (inventata da un tale psichiatra americano che sostiene che la pedofilia è una cosa "naturale"), che viene reclamata nelle aule del tribunale a gran voce da una proposta di legge leghista a firma lussana&altr* in cui donne e bambini finiscono per essere pacchi postali totalmente alla mercè di un padre padrone.
Stesso stile hanno anche i maschilisti che attivano spazi fasulli in cui contemplano un fantomatico "vero femminismo" opponendolo a quell’altro, tipo il nostro, che a loro – ovviamente – non piace.
Quello che fanno è sovversione comunicativa. Distorcono i significati mentre smantellano il diritto di famiglia riportandolo agli anni in cui il padre poteva fare tranquillamente il padrone.
Sovversione comunicativa è quella che attua qualunque giornale/quotidiano mentre giustifica un femminicidio descrivendo cause psichiatriche, ripetute, reiterate, diffusissime, evidentemente pretestuose, attribuite a fior di assassini e stupratori.
Sovversione comunicativa è quella di chi definisce gay, lesbiche e trans come nemici della famiglia "naturale" dove il termine "naturale" indica la non modificabilità di una specie di falso ordine naturale delle cose.
Quello che abbiamo fatto noi per tanti anni è provare "semplicemente" (si fa per dire!) a svelare ogni tipo di sovversione. Abbiamo smascherato padri padroni, donne e uomini che veicolano fascismo, razzismo e sessismo, uomini che si dichiarano contro la violenza sulle donne in teoria e poi la praticano sul piano reale ogni giorno della loro vita.
Svelare, riportare alla luce, partorire, secondo l’arte della maieutica, se volete, ribaltare i significati delle cose per riconsegnarli a noi stesse e alle altre per ciò che sono evidentemente non basta più e per quanto siano miseri i nostri mezzi bisogna immaginare una sovversione della sovversione che vada oltre quei significati.
Ogni donna, ogni giornalista, ogni persona che lavora nel mondo della cultura, dell’informazione dovrebbe chiedersi se è strumento, veicolo di diffusione di cose che quotidianamente ci riportano indietro. Ogni persona di buon senso dovrebbe porsi il problema e ragionarne per immaginare una modalità diversa, virale, incisiva.
Siamo noi ad aver inventato la sovversione comunicativa. Loro la stanno semplicemente prendendo in prestito confondendosi come gli ultimi degli stupratori tra equivoci e fraintendimenti, falsità e calunnie. Noi diciamo la verità. Loro mentono. Quello che sta in mezzo noi lo distinguiamo perfettamente e lo descriviamo nei toni grigi che meritano. Ma loro sono semplificazione. Noi siamo la complessità.
Stiamo ragionando seriamente su altri metodi di sovversione comunicativa a partire dal fatto che alcuni soggetti amano tanto clonare i nostri spazi. C’è uno spazio web, per esempio, che da un po’ di tempo veicola, senza commenti ne’ giudizi critici (figo!), un simbolo femminista con la scritta antisessismo, antirazzismo, antifascismo. Non sanno costoro che una immagine è più potente di qualunque significato e sebbene te ne appropri, alla maniera di casapound con che guevara e rino gaetano, e te ne servi per far passare tue distorsioni e tue bugie avrai comunque veicolato un simbolo femminista e tre concetti per nulla neutri che nella sostanza sono totalmente contrastanti con ogni tua affermazione.
Noi non siamo stupide e non ci mancano le risorse e dunque avremmo potuto moltiplicare falsi spazi maschilisti per metterci dentro quello che volevamo. Ma perchè veicolare i loro titoli e le loro immagini? Perchè lasciare immaginare che essi siano più di quello che sono in realtà?
Ebbene: uno dei mezzi di sovversione della sovversione comunicativa prende spunto dalle arti orientali. Sfrutta la forza dell’altro e rivolgigliela contro. A certa gente piace appropriarsi dei nostri simboli e dei nostri miti culturali? Creiamone di eccezionali che loro veicoleranno facendoci un gran favore. Un luther blisset o una anna adamolo qualunque, una fatina viola che se te ne appropri poi indurrai altri a leggere cosa ci sta scritto e quello che comunica, cosa canta e cosa pensa. Simboli non più neutri, che dicano cose chiare. Soggetti precisi inimitabili perchè se il maschilismo può permettersi di appropriarsi di concetti e simboli senza problemi dipende anche dal fatto che il femminismo di questi ultimi anni E’ diventato terribilmente neutrale. E la neutralità vive bene ovunque. Può essere confusa con qualunque cosa. Sta bene perfino in casa dei maschilisti. La sovversione perciò parte da noi. Da ciò che esprimiamo. Svelare il maschilismo senza svelare che gran parte del femminismo, per la maggior parte, evita di affrontare questioni sostanziali per perdersi in teorie astratte e borghesi, è come dire niente. Niente di niente. Il nulla che rimbalza sul nulla perchè non trova sponda, rimbalzo, suono, eco, virus.
Il femminismo che oggi contrasta il maschilismo e lo contrasta su questioni reali, che mettono le mani in tasca agli speculatori, agli sfruttatori e agli aguzzini, si occupa di diritto di famiglia, di stupro e violenza maschile, di straniere e badanti, di Cie, di reddito e lavoro. Non si occupa di conciliazione della maternità facendo eco alla ministra carfagna. Non si occupa di flessibilità del lavoro facendo eco a tremonti e non si occupa certamente di "sicurezza" in relazione agli stranieri facendo eco a maroni. Quel femminismo si confonde con il maschilismo e agevola la cultura patriarcale di ogni tempo. Quel femminismo, sebbene siamo convinte del diritto di esistenza di differenti pratiche, nella chiarezza dei contenuti che di neutro non hanno niente, e di differenti femminismi, è talmente neutro da poter essere usato come alibi per l’opposizione che la roccella compie alla ru486 (il famoso "femminismo" della roccella al pari di quello della antiabortista omofoba binetti) e da poter essere usato come alibi da razzisti, santanchè in testa, fascisti, a cominciare dalla carfagna, e patriarchi di ogni genere. Quel femminismo, semplicemente, NON E’ FEMMINISMO perchè il femminismo NON E’ NEUTRO. L’impostazione è di genere, una rilettura radicale del presente da un punto di vista di genere, a partire dal nostro genere, altrimenti si sarebbe chiamato, che so, umanesimo…
E questo è solo il primo punto della questione. Il resto lo discutiamo assieme a voi e ce lo inventiamo ogni giorno. Perchè noi abbiamo fantasia. Loro sanno solo copiare.
—>>>Leggi il seguito: Appropriazione e stravolgimento dei linguaggi (parole e immagini)
Carissime
vi seguo ormai da tempo con stupefatta ammirazione e anche profonda gratitudine. Riuscite ogni volta a concettualizzare ciò che spesso vivo come intuizione o disagio, a produrre lucidissime analisi laddove il pensiero si arrende alla dolorosa e solitaria percezione di una realtà sempre più degradata e inaccettabile.
E’ da tempo che vorrei condividere con voi un episodio apparentemente minore, anche considerando il giornale su cui il tutto viene pubblicato, ma secondo me significativo e non privo di conseguenze.
Un pomeriggio dal parrucchiere, libro dimenticato, noia; nell’attesa sfoglio una rivista, una di quelle robe tristissime, un mix di gossip, pruderie e bigottismo, incredibilmente coerente, tra corna, foto osé, conversioni e apparizioni mistiche.
C’è pure una rubrica di sessuologia, con titolo già limitante (“vita di coppia”), a firma di un tizio che parrebbe finto, a partire dal nome (Marco Rossi) e dalla foto in posa da figo.
Già la prima lettera è tutto un fiorire di eufemismi vittoriani, e fin qui uno può pensare a un lettore particolarmente pudico, ma la risposta del sessuologo adotta lo stesso incredibile linguaggio, in cui il rapporto sessuale diventa “intimità di coppia”, raggiungere l’orgasmo è tradotto come “raggiungere la gioia” e l’eiaculazione precoce è sostituita da una metafora di vago sapore automobilistico, la “velocità intima”.
Purtroppo non ricordo più come si dice petting o rapporto anale, ma vi garantisco che l’effetto è decisamente comico…. all’inizio. Poi subentra un terribile fastidio e come la sensazione che se ora ci lasciamo rubare parole duramente conquistate insieme a ciò che esse definiscono, per farcelo sostituire con un linguaggio involuto, confuso, falsamente pudico e veramente reazionario, vergognoso di ciò che vergogna non dovrebbe conoscere, beh, allora è molto probabile che si stiano preparando a portarci via la realtà al linguaggio sottesa, e dal linguaggio formata.
La rivista è Di Più, edita dal gruppo del nostro ineffabile presidente del consiglio, il sessuologo esiste veramente, ma pare che altrove usi la lingua madre non purgata; ho fatto leggere qualche brano alla ragazza che fa l’apprendista parrucchiera e non solo non si è scandalizzata o messa a ridere, ma ha commentato che così è meno volgare….
Che dire? Non ho più – letteralmente – parole…