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12.06.08

Flat/Bologna: Spunti di discussione per il tavolo sulla *Comunicazione*

Post in Fem/Activism & Scritti critici at 05:48 :: 點閱次數 (348)

Per chi non fosse informato su Flat e dintorni potete leggere QUI. Quello che segue è un contributo alla discussione che ci vedrà riunite il 14/15 giugno a Bologna.

Intro

Il tavolo su “Media, linguaggi ed immaginari. Strategie e pratiche di autorappresentazione e riappropriazione dei mezzi di comunicazione e dei linguaggi” della due giorni che si è svolta a Roma il 23/24 febbraio [leggete le conclusioni] è stato utilissimo affinché avvenisse uno scambio di esperienze che in qualche modo hanno chiarito quale fosse la strategia di comunicazione possibile per dare visibilità alla nostra lotta senza essere subordinate alle regole imposte dai media mainstream.

Anzi dal 24 novembre in poi si è avviato un percorso che è stato sempre più diretto a realizzare ambiti di comunicazione “condivisa” (la mailing list e il blog invece che il sito e la newsletter)  per favorire una maggiore partecipazione e per far coincidere lo strumento di comunicazione (Flat) con l’intenzione di moltiplicare la nostra presenza in rete in una modalità virale (con più blog) e di far corrispondere i principi che la rete femminista e lesbica condivide con il progetto che ci ospita (autistici/inventati: antisessismo, antirazzismo, antifascismo).

In generale si è preferito dunque applicare la regola del farci media piuttosto che inseguire i media ufficiali. Comunicare all’esterno dunque a partire dai nostri mezzi di comunicazione, tutti quelli di cui disponiamo e che impareremo a crearci. In questo senso e’ stato proposto un workshop pratico in cui si è spiegato per sommi capi come, dove e perchè fare un blog (potete trovare molti argomenti proposti nell’Abc per la femminista tecnologica).

Il workshop è servito anche a descrivere le modalità d’uso di una mailing list. Partendo dal presupposto che si tratta di una assemblea virtuale permanente ne abbiamo descritto la funzione e abbiamo specificato alcune regole utili a garantire un corretto svolgimento delle conversazioni online.

Abbiamo anche ragionato molto sul fatto che tante non ritenevano utile una comunicazione con le istituzioni. Per altre, come per i centri antiviolenza,  invece il rapporto e il dialogo con le istituzioni veniva descritto come ineludibile.

La rete femministe e lesbiche, pratiche e metodi di comunicazione interna

La rete femministe e lesbiche è una aggregazione eterogenea composta da gruppi aventi pratiche e modalità differenti del fare politica. Tali gruppi, nell’attività di rete, si danno degli obiettivi comuni e si ritrovano ad accogliere e valorizzare singole esperienze nella dimensione collettiva.

All’interno della rete ci sono anime differenti. Esse descrivono modi altrettanto differenti di assumere decisioni e di praticare il lavoro di rete tra le tante realtà.

Un modo è quello delle decisioni a maggioranza, in assemblee autoconvocate (nelle quali non sempre si può presenziare per le distanze e/o perché non si possono coprire le spese del viaggio) in cui evidentemente conta l’essere presenti. Tali decisioni non tengono conto dei pareri diversi - che pure vengono manifestati – espressi in modalità virtuale (attraverso mail e interventi su forum e blog) e anzi vorrebbero che tali pareri fossero rimossi senza lasciarvi spazio in una dimensione critica. Questo è stato il metodo usato per la costruzione della manifestazione del 24 novembre. Manifestazione che, ricordiamolo, suscitò un grande dibattito proprio sulla questione dei metodi e delle pratiche.

Tale metodo è stato, per così dire, superato con la due giorni del 23/24 febbraio durante i quali è stato utile fare un lavoro di sintesi delle differenti posizioni all’interno dei tavoli e poi stilare un documento finale in cui si descrivessero le cose dette e le proposte fatte senza che esse costituissero un vincolo per le donne, femministe e lesbiche che non si ritenevano d’accordo. Un esempio per tutti: è stato incluso nel documento finale l’appello a partecipare alla campagna “obiettiamo gli obiettori” (ad assemblea avvenuta e dopo vari interventi in mailing list) senza che questo costituisse un obbligo per nessuna. Semplicemente si inseriva tra le esperienze che era bello mettere in comune anche quella, così come si sarebbe potuta inserire quella della campagna bolognese “adotta un consultorio” o delle altre attività politiche di coordinamenti di donne che in molti territori lavorano già ottimamente in attività di rete sulla difesa della 194.

La rete femminista e lesbica può dunque diventare un luogo in cui dar forza, partecipare e amplificare ogni singola esperienza e proposta politica che viene da ciascun gruppo componente della rete.

Quando si smette di far valere i pareri e le decisioni a maggioranza e si ragiona nel rispetto di ogni esperienza presente già si parla di metodo del consenso. Tale metodo consiste nel fatto che si tende a garantire il massimo dell’inclusione per ogni decisione possibile. Il metodo del consenso applicato alla manifestazione del 24 novembre avrebbe significato, ad esempio, che quella manifestazione potesse essere definita luogo di espressione di pratiche separatiste e anche di quelle miste, in spezzoni diversi.

Condividere gli stessi obiettivi non vuol dire perciò escluderne altri. Significa invece tendere ad una dimensione politica che ottiene posizioni condivise dalle quali ciascuna possa sentirsi rappresentata.

Metodi di comunicazione interna: errori e analisi

Nella comunicazione interna il metodo del consenso è nettamente in contrasto con alcuni errori che vengono fatti abitualmente.

La comunicazione che adoperiamo tra noi molto spesso è ereditata da altre strutture, può essere una sorta di tentativo di riapplicare in una rete di tanti soggetti un metodo usato in un unico gruppo. E’ fatta di veti incrociati, di ostruzionismi, di strategie machiavelliche degne dei correntoni di vecchi e nuovi partiti. E’ una comunicazione talvolta ambigua che tende all’egemonia.

In tutto ciò c’e’ tutta la fatica del nostro voler stare insieme rette dalla volontà di molte che fanno di tutto affinché sia garantita una “reale” condivisione e un grande rispetto per il lavoro di tutte.

Come avviene in tutte le reti anche qui vediamo presenti zone identitarie rigide che mal dialogano con le altre e che usano la delegittimazione come perenne strumento di paralisi dell’attività della rete delle femministe e lesbiche.

La paralisi avviene nella pratica e nella comunicazione virtuale. Perciò si sta discutendo, ad esempio, su quale possa essere il ruolo della mailing list sommosse (strumento di comunicazione della rete e non cosa a se stante) e su quale policy e netiquette debba essere applicata affinché non accada quello che è già accaduto in diverse situazioni.

Un esempio potrebbe essere la discussione nata attorno alla questione delle iniziative di piazza contro giuliano ferrara. Molte donne non le condividevano, per ragioni politiche che spesso sono rimaste inespresse perché il dibattito è stato prevaricato da alcune donne che pur di far prevalere la loro ragione non hanno consentito che esso si svolgesse in maniera serena.

In questo senso, e a proposito di comunicazione tra noi, vale la pena fare cenno alla questione dei toni che spesso trascendono fino a trasformare le opinioni in veri e propri insulti alle persone.

L’altro esempio, più recente, riguarda l’elaborazione collettiva di una lettera di risposta alla ministra carfagna. La proposta di scrivere la lettera è partita da una di noi e immediatamente è stata supportata da due differenti proposte. Vi sono stati interventi in lista che hanno preferito una proposta ed è su quella che si è lavorato collettivamente seguendo il metodo del consenso. Includendo dunque i pareri di tutte affinché quel documento potesse realmente dirsi un prodotto politico della rete femminista e lesbica che poi l’avrebbe firmato.

Per disinformazione rispetto al metodo chi ha fatto la proposta sulla quale non si è ritenuto di intervenire ha comunque voluto riproporne un’altra versione che è stata inviata alla stampa senza che le altre l’avessero letta e condivisa.

Infine la versione elaborata collettivamente è stata comunque pubblicata in tutti i luoghi di comunicazione dei quali disponiamo e che hanno voluto accoglierla.

Senza sacrificare tempi e modalità della rete quella lettera diventava un esempio corretto di elaborazione collettiva a distanza. Così invece resta comunque un ottimo esempio di come si può lavorare insieme e di come si può usare la mailing list per produrre qualcosa di più che non siano flame (litigi in rete).

Alla pubblicazione della rete è seguita la critica – pubblicata su flat e inviata ad altre mailing list ma non su sommosse - di una non iscritta alla mailing list che elegge quale unico luogo decisionale l’assemblea reale, che delegittima l’operato collettivo che ha portato alla costruzione della lettera, che delegittima la stessa esistenza della lista sommosse e quindi tutto ciò che di politico in essa si produce, e chiede che questa cosa sia discussa a Bologna.

Ecco dunque un modo per creare paralisi e per erigere steccati e recinti decisionali a partire dal proprio personale punto di vista. Non c’e’ tensione ad un compromesso. Non c’e’ rispetto per il lavoro collettivo. C’e’ una delegittimazione totale e dunque una appropriazione dello spazio pubblico il cui unico luogo viene eletto senza tener conto di tutte quelle che hanno lavorato sulla lettera.

Garantire inclusione è un obiettivo possibile a partire dall’utilizzo di strumenti non costosi, difficili, che possano persino colmare distanze geografiche faticose, a partire dalla volontà che ciascuna di noi impiega nel fare politica.

Quali i luoghi legittimi per determinare comunicazione con l’esterno, per avviare la nostra presa di parola pubblica? Quali gli equivoci di rappresentazione e quali esempi di errata comunicazione con l’esterno?

La comunicazione con l’esterno avviene a partire dalle esperienze che noi facciamo nei vari territori e nei vari luoghi che politicamente frequentiamo (inclusa una mailing list). Il 14 febbraio molte donne scesero in piazza a seguito del blitz delle forze dell’ordine in un reparto di ostetricia e ginecologia a Napoli. Le donne hanno preso la parola senza consultarsi o attendere una assemblea collettiva nazionale che le autorizzasse a fare questo. Erano semplicemente le donne, femministe e lesbiche a Roma, a Napoli, a Bologna.

La comunicazione con l’esterno scaturì da quegli atti politici. L’esigenza di prendere la parola veniva da un’emergenza di fatto condivisa tra tutte. Le modalità di scendere in piazza furono diverse tra una città e l’altra. Come diverse furono le reazioni alle iniziative pubbliche.

Vi furono donne che hanno giudicato improprie alcune modalità di piazza e altre che hanno risposto per ribadire opinioni differenti. Così si adoperò lo strumento della lettera, che fu più d’una e a firma di singole in quanto parti attive della rete femminista e lesbica. La destinataria della lettera era la Camusso della Cgil.

Anche in questo caso insiste l’errore di ritenere una rete di donne femministe e lesbiche come un partito con un’unica linea e un’unica modalità di azione pubblica. Prendere le distanze, delegittimare e disconoscere l’operato collettivo diventa così un modo per trovare una collocazione pubblica “altrove”, in un altrove che poco c’entra con la rete femministe e lesbiche e che c’entra molto con le prospettive di alcuni soggetti precisi.

Prendere le distanze, delegittimare e disconoscere l’operato collettivo significa voler costringere una intera rete femminista e lesbica a riposizionarsi di volta in volta più a destra o più a sinistra o più al centro, come si trattasse di un’unica entità, di una struttura rigida che rimane tale anche a seguito di strattoni e spinte.

L’otto marzo invece si sono organizzati momenti di aggregazione pubblica su presupposti che erano stati già chiariti alla due giorni del 23/24 febbraio. In questo senso è stato considerato non positivamente il fatto che la cgil (assieme a cisl e uil) avesse deciso di organizzare una manifestazione nazionale a roma proprio nello stesso giorno in cui molte donne erano già impegnate a organizzare iniziative in ogni città italiana.

Si scrisse dunque un documento collettivo che in maniera chiara dicesse alla cgil, alla cisl e alla uil che noi non avremmo mai voluto partecipare ad un appuntamento dove peraltro venivano chiamati a parlare dal palco i segretari maschi dei sindacati.

Quella iniziativa era calata sopra la testa alle stesse donne della cgil che in varie città erano invece impegnate a organizzare l’appuntamento dell’otto marzo insieme alle altre donne, femministe e lesbiche.

Accadde così che a roma la manifestazione fu un discreto flop. In altre città invece le piazze furono piene di persone che avevano risposto a quella volontà comune.

Il documento elaborato a roma per opporre una critica forte alle modalità e al senso della manifestazione indetta dai sindacati fu scambiato da alcune donne facenti parte della rete femministe e lesbiche per un comandamento alla voce “non frequentare le donne della cgil”. Così accadde che lo stesso otto marzo divenne ulteriore pretesto per una comunicazione interna in cui ciascuna insegnava all’altra microgrammi di verità assolute.

Nelle città in cui questo era possibile, per ricchezza di presenze militanti, vi fu un fiorire di iniziative di segno diverso ognuna delle quali disconosceva il lavoro collettivo. In qualche caso le esperienze diverse, lontane dal corteo arricchito dalla presenza di tante espressioni politiche femminili, mostravano l’ampia disponibilità di linguaggi, pratiche, aree critiche, obiettivi.

Nella comunicazione questo si traduce in due differenti messaggi:

1) Il gruppo di femministe e lesbiche che realizzano esperienze differenti, staccate da molte altre donne facenti parte della rete, senza dialogare con esse ma ponendosi soltanto in opposizione: comunicano che quello che loro fanno è il meglio in assoluto. Che tanto più una esperienza è fatta in una sola direzione tanto più ha valore. Che il segno della radicalità si distingue solo a partire da certe pratiche e non da altre che di conseguenza saranno giudicate come improprie, reazionarie, “istituzionalizzate”, “non radicali”. La prima scelta diventa dunque un modo per negare in assoluto la seconda.

2) Il gruppo di femministe e lesbiche che realizzano esperienze differenti in un dialogo con le altre, senza negare la loro iniziativa, senza includere bollini “qualità” alle diverse espressioni del fare politica e del prendere spazio e parola pubblica, fanno dunque la scelta di “arricchire”, di “contaminare”, di produrre “attraversamento”, di far parte di una rete che agisce insieme pur nelle diversità

In questo senso è utile spiegare il significato del termine “contaminazione”. Per fare politica occorre immaginare quale sia il nostro obiettivo, quindi quale spazio pubblico occupare e quale strategia di comunicazione utilizzare. L’atto e l’effetto di tutto questo si concretizza nella contaminazione di luoghi, gruppi, persone con idee, metodi, pratiche che potranno essere sempre più condivise.

La contaminazione produce immediatamente conflitti. Li produce nella società, tra le persone che incontriamo, tra le donne che frequentiamo e tra quelle con le quali abbiamo delle cose in comune ma che frequentano ambienti differenti dai nostri. La contaminazione è il presupposto e l’obiettivo della comunicazione. Generare conflitti è un risultato possibile: nelle famiglie con mariti violenti così come in zone istituzionali gestite a larga maggioranza da uomini.

Una rete di femministe e lesbiche che aggrega diverse entità politiche può diventare in questo senso un fortissimo strumento di pressione politica che realizza contaminazione, che agisce nelle zone di conflitto e che diventa un fondamentale appiglio, una zona di sicurezza, per quelle donne che fondano il proprio agire politico all’interno di zone più istituzionali su principi che vogliono condividere con noi. Con noi e non con il segretario di partito. Con noi e non con il segretario di sindacato.

Comunicare all’esterno che le donne della cgil, quando scelgono di non rispondere alla chiamata alle armi dei loro segretari per tener fede ad una scelta collettiva fatta con tutte le altre femministe e lesbiche, sono comunque sole è una cosa che si pone in contrasto con ogni obiettivo plausibile del nostro fare politica. Va in contrasto con il nostro fare rete. Si identifica in una modalità che tende ad escludere piuttosto che a includere.

Essere parte di una rete significa invece poter agevolmente agire, ciascuno per proprio conto, senza essere identificate in un tutt’uno. Questo stesso errore devono aver fatto alcune che hanno inteso che rete femminista e lesbica significasse ancora una volta partito.

Il tempo della campagna elettorale e poi del post-elezioni è stato perciò difficile da gestire. La comunicazione interna e quella esterna veicolava messaggi colpevolizzanti, ricattatori, costrittivi e talvolta minacciosi. Le donne, femministe e lesbiche venivano individuate come elettrici di questa o quell’altra organizzazione partitica. Una dichiarazione di non voto diventava motivo, appunto, di minaccia: “Se tu non voti poi sarà grazie a te che formigoni diverrà ministro alla sanità”.

Di fatto il ministero della sanità è sparito e il settore della salute è stato affidato alla Roccella. Alcune replicavano che non si sentivano rappresentate dalla proposta di governo del centro sinistra o che non erano piaciute le scelte fatte nel governo precedente o che non ritenevano il voto una scelta politica condivisibile.

La rete delle femministe e lesbiche si è dunque mostrata in tutta la sua varietà: Ci sono donne che votano, quelle che hanno votato altro, quelle che non hanno votato affatto. Comunicare agli altri e a se stesse questa essenziale differenza è fondamentale per mettere le basi per una coesistenza vissuta nel rispetto di tutte le opinioni.

Come creare una comunicazione secondo i principi della condivisione e del metodo del consenso?

Il termine “condivisione” usato in questa occasione non sta per “usare insieme”. Significa invece “condividere una esperienza, viverla assieme”. La organizzazione di una iniziativa “condivisa” sarà dunque vissuta insieme, organizzata insieme, includendo tante presenze, rappresentando il più possibile ciò che richiede di essere rappresentato.

Una comunicazione realizzata secondo i principi della condivisione è dunque una comunicazione elaborata insieme in ogni suo passaggio. Il metodo per realizzare questo tipo di comunicazione è quello “del consenso”.

Il metodo del consenso funziona così: in una assemblea non si vota a maggioranza. Non ci sono leader ma eventualmente delle moderatrici che faciliteranno (con operazioni di sintesi) il dibattito. La facilitazione deve offrire eguale possibilità di rappresentazione per tutt*. Saranno rappresentate le opinioni di maggioranza e minoranza in egual modo partendo da due proposte differenti. Queste proposte e gli interventi che le motiveranno saranno descritte in una sintesi che partendo dalle due elaborazioni ne illustrerà una terza che le comprenderà entrambe.

Il metodo del consenso non funziona se c’e’ una parte che vuole prevalere sull’altra. Non funziona se ci sono zone identitarie forti che rendono questo tipo di modalità di risoluzione dei conflitti inefficace. Non funziona se ci sono veti, censure, ostracismi, ostruzionismi, ricatti (es: o così o niente, o così o non ci stiamo). Non funziona se il metodo assembleare è frontale (con alcune che si mettono in cattedra) invece che in un simbolico cerchio che rende tutte eguali e con pari diritti.

I conflitti che emergono, fino a che non ci sono zone arroccate e dure che si rifiutano di confrontarsi, in questo modo potrebbero essere gestiti in maniera costruttiva.

La comunicazione di opinioni che determinano conflitto dovrebbe tenere conto di questo metodo. Perché sappiamo che la redazione di un comunicato o di un documento pubblico può sempre lasciare zone di rappresentazione scoperte.

In questo senso un comunicato che descrive l’esito della nostra assemblea andrà a contenere tutte le opinioni espresse e un documento pubblico farà lo stesso.

Vi sono due luoghi nei quali si può garantire partecipazione tenendo conto del fatto che pur volendo garantire il massimo dell’inclusione resta intatto il limite della non rappresentazione dei soggetti assenti o che non hanno preso la parola in senso reale o virtuale.

L’assemblea pubblica - che può essere condivisa anche con chi non è fisicamente presente sottoforma di chat meeting o altri mezzi di comunicazione a distanza che assicurano una più ampia partecipazione - è un luogo di aggregazione al termine della quale solitamente si realizza un comunicato o un documento conclusivo che per pigrizia e stanchezza viene delegato ad una o più persone. La approvazione di tali documenti in genere viene fatta alla fine delle assemblee, in situazioni caotiche, mentre il tempo per gli interventi si accorcia, quando non c’e’ più tempo per intervenire senza essersi prima iscritte a parlare.

Questi documenti dunque risultano infine approvati per stanchezza e impossibilità reale di argomentare motivi di opposizione o di includere pareri diversi.

Questa modalità di realizzare comunicazione non è inclusiva ma presenta moltissimi limiti. Meglio sarebbe ad esempio lasciare che i documenti fossero proposti all’inizio dell’assemblea, per dare modo a tutte di poter intervenire nel merito o – se vengono proposti alla fine – di rimandarne l’approvazione ad un momento virtuale.

Perciò diventa utile l’uso del secondo luogo di partecipazione: la mailing list “di lavoro” e il blog con commenti a pubblicazione aperta. Una lista che può diventare luogo di confronto effettivo e di elaborazione politica. Luogo di espressione di pareri e di costruzione di condivisione secondo la pratica o il metodo del consenso. Un blog ci mette in condizione di poter condurre un dibattito aperto, pubblico e trasparente sulle stesse argomentazioni. Anche per la lista, per facilitarne la lettura e consentire la partecipazione anche alle non iscritte sarebbe opportuno che gli archivi fossero a lettura pubblica.

Quali saranno i rapporti da tenere con la stampa?

Superati tutti questi problemi di metodo circa la comunicazione interna allora potremo parlare degli obiettivi che vorremo raggiungere rispetto a quella rivolta all’esterno.

Quello che ci interessa è dare visibilità alla nostra lotta. Secondo quanto emerso al tavolo sulla comunicazione del 23/24 febbraio il modo preferito per comunicare all’esterno quello che facciamo presuppone una analisi veritiera sul mondo della informazione oggi.

In Italia abbiamo televisioni e giornali in stretta dipendenza ad ambienti di partito o ad intere aree di governo del centro destra o del centro sinistra. La rete femminista e lesbica sin dall’inizio ha scelto una collocazione che agisce in contrasto ai provvedimenti assunti o proposti in relazione ai temi che ci interessano: la violenza maschile sulle donne, la questione del reddito, i diritti civili per chiunque non si riconosca nel modello familista eteronormato imposto, la laicità dello stato, l’antifascismo, l’antirazzismo, l’antisessismo.

Le posizioni assunte e comunicate hanno sempre ribadito, dall’esterno per chi non intende avere un dialogo con le istituzioni e con comunicazioni precise per chi non teme di rivolgere le proprie posizioni direttamente a chi nelle istituzioni decide per noi cose che non ci piacciono, che abbiamo obiettivi precisi, che non si piegano agli interessi di nessuno, che non risparmiano critiche ai governi di centro sinistra così come a quelli del centro destra, che dunque non siamo funzionali a nessuno.

La stampa di partito o di governo normalmente non pubblica nulla che non sia utile alla loro “gloria”. La stampa, il nostro mondo dell’informazione, ci impone poi delle regole circa i tempi, le lunghezze, rispettati i quali non c’e’ poi neppure la garanzia di una pubblicazione. Il mondo dell’informazione ci impone meccanismi che non sono diversi da quelli che determinano le decisioni che riguardano le nostre vite e la gestione di molte cose nel nostro paese. Bisogna andare avanti per conoscenze, per nepotismi, per aree egemoniche, per nicchie di potere. La stampa è un mondo che subiamo. L’informazione non è più un diritto ma un privilegio da vivere e da spartire per pochi e poche.

Del mondo della informazione pubblica riusciamo a cambiare ben poco proprio perché è una zona rappresentativa del potere che disegna e rappresenta la società a propria immagine e somiglianza.

Nel loro disegno noi siamo una voce stonata, fuori dal coro. Per tanto tempo il mondo dei media mainstream ha determinato un monopolio assoluto nella diffusione di notizie e ha perciò imparato a fare la voce grossa, a dettare regole sulle notizie da pubblicare piuttosto che a ricercarle. Chi ha provato a mettersi in rapporto con quel mondo alla fine non è riuscito a condizionarlo rendendolo più “aperto”. Anzi spesso ha solo ottenuto di ricavarsi un’area di potere che gestisce esattamente come tutt* gli/le altr*.

Inseguire i media per ottenere visibilità è dunque veramente faticoso e diventa fallimentare assumere questa tecnica come obiettivo.

La tecnologia ci offre oggi delle possibilità non costose di realizzare informazione. Per tante di noi esiste un motto che è quello di diventare “media” noi stesse. Mostrando quindi la capacità di autodeterminarci e di generare comunicazione in maniera autonoma.

La stampa che vorrà confrontarsi con noi potrà farlo a partire dai nostri luoghi di comunicazione alternativa e non viceversa.

La stampa che vorrà sapere quello che pensiamo potrà seguirci nei nostri luoghi pubblici. Potrà venire a confabulare con noi nel blog Flat (in cui si può realizzare una categoria comunicati stampa). Potrà raggiungerci in mille modi senza esigere che vi sia una o due persone telefonicamente raggiungibili che in breve e in tutta fretta risolvono il problema di due righe da aggiungere ad un pezzo per stare sulla notizia e di un virgolettato che fornisce un alibi a ben altre censure. Può seguire i nostri incontri via streaming radio o video, qualora fossimo in grado di realizzare questo genere di comunicazione.

Partiamo dal presupposto che siamo noi che realizziamo le notizie e facciamo informazione. In una società dello spettacolo dove non esisti se non ne parlano i giornali o se non sei in tivvu’ a noi va il compito di capovolgere tutto ciò. Noi esistiamo. La legittimazione della stampa ufficiale non ci serve per esistere.

Per noi dunque, nessun gruppo addetto alla redazione dei comunicati stampa, dei contatti con la stampa, della organizzazione delle conferenze stampa. Nessuna area privilegiata di relazione sulla comunicazione esterna da realizzare. Noi siamo tante, diverse, ciascuna di noi fara’ e dirà quello che vuole. I comunicati stampa a firma collettiva saranno elaborati insieme, in maniera condivisa e con il metodo del consenso.

Come dare visibilità alla nostra lotta, parlando linguaggi accessibili ed essendo più efficaci nella comunicazione con l’esterno?

La lotta, anzi le lotte che portiamo avanti sono rese visibili in modi differenti. Ci sono appunto gli eventi pubblici, le iniziative, i presidi, le manifestazioni, gli striscioni, i cartelli, i comunicati, i volantini, le performance, i giochi in piazza, i riot collettivi che tendono a lasciare un messaggio forte: come, ad esempio, le pupotte della campagna bolognese “adotta un consultorio” che sono diventate utili ad esprimere attraverso le nuvolette da fumetto qualunque altro messaggio.

Quali sono dunque i metodi più efficaci? Quali ancora possono essere i metodi di comunicazione più comprensibili?

In questo senso entriamo nel terreno dei segni, dei linguaggi. Spesso nella comunicazione con l’esterno tendiamo a descrivere ciò che vogliamo dire in maniera autoreferenziale.

Scriviamo e ci esprimiamo senza pensare a chi ci legge ma solo a quello che ci sembra importante dire. E’ inevitabile perciò che finiamo per utilizzare un linguaggio che ci somiglia, che è fatto di codici di comunicazione che noi condividiamo con le nostre compagne di percorso e non con l’intero genere umano.

I volantini sono l’esempio più lampante in questo senso. Sono spesso pieni di concetti incomprensibili per la maggior parte delle persone. Si finisce dunque per parlare sempre e solo a se stesse (esempio: utilizzare termini come eteronormato, familista, catto-fascista etc etc, non è comprensibile ai più).

Potrebbero esservi quindi due modelli diversi di comunicazione: quella rivolta alle persone che vanno solo informate delle questioni che vogliamo comunicare e poi quella rivolta alle persone che non sono affatto sensibilizzate, alle quali può non fregare nulla di vivere in una società eteronormata, familista, catto-fascista a meno che non si spieghi loro quali sono gli effetti di una scelta politica di questo genere.

Noi sappiamo che non basta pronunciare la parola “donne” (così come “gay” o “lavoratore” etc etc) per trasformare il nostro pubblico per incanto in una folla di adoratrici pronte a dare consenso ad ogni azione politica che portiamo avanti.

Noi sappiamo anche che la maggior parte della comunicazione “pubblica”  di altri soggetti politici è cambiata in direzione populista. Vale a dire che vengono pronunciate parole comprensibili a partire da posizioni piene di pregiudizi, che sollecitano l’intervento dell’uomo forte, che istigano alla restaurazione di una forma di totalitarismo che a noi è tristemente noto come fascismo.

Nella rappresentazione esterna per così dire quasi funziona una riproposizione di modelli stereotipati, che usano linguaggi stereotipati per dire cose non stereotipate.

Mettere in bocca ad una donna stanca e affaticata con grembiule da casalinga una frase che dica che due palle tutto questo interesse per la famiglia, diventa più efficace della ministra in tailleur con pettinatura cotonata che dalla tivvù, con gambe accavallate, sparge perle di saggezza e spiega che i diritti civili vanno garantiti a tutt*.

Chissà perché ma nel mondo della comunicazione vince il modello della rappresentazione del reale, di quello in cui le persone si identificano. Perciò le pupotte diventano un modo fantastico e singolare di comunicare un messaggio.

Ci sono le volte poi in cui uno stereotipo si combatte dando vita a quello stesso stereotipo in forma caricaturale: così per esempio io vedo la campagna per il pride nazionale 2008 di bologna.

La nostra ricerca di differenti linguaggi e metodi per ottenere visibilità dovrebbe poi differenziarsi da quella articolata per riot machisti.

Andare all’assalto della zona rossa – qualunque essa sia - porta in se’ un simbolico machista e scimmiotta schemi di guerriglia con l’obiettivo di mimare la conquista di una nuova colonia. Realizzare opposizione e dissenso favorendo la possibilità che sulla stampa di partito e di governo tale opposizione e tale dissenso vengano ingiustamente ridotte a semplice “atto di violenza” diventa controproducente, inutile sul piano politico e anzi rafforza la opposizione.

Lo strumento per eccellenza di annientamento del dissenso è quello di manipolare, gestire, sminuire, annientare i corpi. Offrirli in pasto a chi ci vuole fuori dal dibattito politico è come fargli un gran favore.

Si può ottenere lo stesso obiettivo in un attack di bomboloni alla crema. Difficile da denigrare e diretto nella contestazione.

Una proposta di elaborazione può essere:

- Semplificazione dei linguaggi;

- analisi degli obiettivi (persone, soggetti) che vogliamo raggiungere con la comunicazione;

- le strategie di opposizione e di lotta a partire dalle esperienze già messe in campo

Come può avvenire lo scambio di comunicazione attraverso i blog?

Nell’Abc della femminista tecnologica già racconto come, dal mio punto di vista, un blog possa essere utile allo scambio di comunicazione. Vi sarà utile dunque consultare questo Link.

--->>>Le chiacchiere tra donne della foto vengono da qui. 

2 Comments on "Flat/Bologna: Spunti di discussione per il tavolo sulla *Comunicazione*" »

  1. cristina said: Spunti di discussione per il tavolo Comunicazione

    12/06/2008, at 03:59 [ Replica ]

    cara Enza,
    condivido in tutto e per tutto quel che dici e le analisi chefai 8come spesso mi accade :-D)
    Vorrei quindi limitarmi a riprendere due punti che, non potendo purtroppo venire a Bologna) mi piacerebbe affrontare.

    1. il rapporto con i media "alti".
    Lavorando da ormai quasi 13 anni nel Paese delle donne continuo a rimanere colpita dall'attrazione che i giornali "Alti" continuano ad avere sulle donne del movimento e, contemporaneamente dalla scarsa capacità/volontà di valorizzare quello che altre donne fanno.
    Mi spiego: riceviamo tantissimi comunicati, lettere aperte, ecc. accompagnati dalla richiesta "Repubblica, il manifesto, il corrriere, liberazione, ecc.. non me l'ha accettata, me la pubblichi?" Ecco io credo che fino a che tra noi non cominciamo a vederci reciprocamente come Fonte prima della nostra comunicazione, ovvero finche' continueremo a scrivere in funzione di tempi, linguaggi, ecc. imposti dall'esterno, non potremo davvero dire di aver fatto un passo avanti.
    So che molte obiettano che una lettera su repubblica è più visibile che sul Paese delle donne, o sul tuo blog, o su Flat ... non lo contesto. Ma so anche che fino a che non riusciremo a costringere repubblica (o chi per lei) a venire a prendere quel che scriviamo noi il rapporto di forza giocherà a nostro sfavore.
    Se potessi venire a Bologna di questo mi piacerebbe discutere: come possiamo creare un circuito virtuoso di valorizzazione reciproca che sia uno spazio pubblico condiviso, non esclusivo e capace di rivolgersi e dialogare anche con chi non è già dalla nostra parte?
    Molte di noi già incrociano le informazioni ma sarebbe bene capire come farla diventare una pratica quotidiana e non legata alla casalità degli incontri.

    2. sul linguaggio anche vorrei fare una riflessione. Invecchiando provo sempre più fastidio per i linguaggi "di famiglia".
    E' importante averne uno, forse fondamentale, ma sicuramente bisogna cominciare a capire come usare l'interruttore che ci permette di passare agevolmente dallo spazio di famiglia allo spazio pubblico. La mia vocazione "casalinga" è sempre stata scarsa :-)

    Spero ci siano occasioni per approfondire questi discorsi, mi sarebbe piaciuto farlo sulla lista ma, non nascondo, di non sentirmici propriamente a mio agio.

    baci

    cristina

  2. FikaSicula said:

    12/06/2008, at 04:12 [ Replica ]

    cara cristina come sai anch'io sono spesso d'accordo con te :D
    e mi dispiace molto che non sarai a bologna.
    i due punti che sollevi sono punti che interessa approfondire molto anche a me e ti assicuro che li solleverò con forza.
    volendo potresti postare questo tuo contributo anche su flat per renderlo visibile a tutte o a chi lì sta seguendo la discussione.

    poi capisco il tuo disagio nella lista. è proprio questo un punto da trattare perchè se non funziona la comunicazione attraverso un mezzo che dovrebbe essere di partecipazione orizzontale allora c'e' qualcosa che non va.

    tanti baci :)

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