15.03.08
Una donna fra i pro-life
di Flavia Amabile [da Diritto di Cronaca]
Un giorno Flavia si rende conto di essere incinta. Vive a Roma, è separata, ha un figlio di sei anni, un lavoro di quelli così di moda di questi tempi: un contratto di collaborazione che non prevede malattie o maternità e per il licenziamento nei casi migliori concede un preavviso di una settimana. Stipendio netto: mille, mille e duecento euro al mese. Potrebbe essere un’istruttrice di nuoto, una dipendente di un gruppo editoriale, un’assistente sociale. Potrebbe essere decine di migliaia di donne e avere tra i trenta e i quarant’anni.
Dopo anni di solitudine con un figlio da crescere, nella sua vita è passato un uomo. Flavia ha pensato che tutto sommato non c’era nulla di male. E invece ora è qui, un tampone positivo in mano e il mondo che le sta crollando addosso.
L’istinto le suggerisce di correre, cancellare tutto in fretta e tornare alla vita di prima. Le analisi, il consultorio, l’appuntamento per l’interruzione di gravidanza. «Venga giovedì 20», dicono. Mancano dieci giorni, Flavia è quasi alla settima settimana di gravidanza ed è un lunedì. Se solo fosse sicura di avere un asilo nido, se solo potesse avere un aiuto durante i primi mesi, se le garantissero il lavoro, quel figlio lo crescerebbe volentieri.
Il mio viaggio fra i centri per la vita di Roma inizia così, con questa storia da raccontare. Chiamo il Consultorio familiare della Pontificia Università Salesiana. Un po’ di imbarazzo, poi spiego che cosa cerco. «Noi mandiamo tutti a via della Pigna».
In via della Pigna c’è il Consultorio «La Famiglia». «Vuole un appuntamento? Mi lasci il nome e il numero di telefono e la richiamiamo», mi chiedono. «Mi scusi, fra quanto tempo?», rispondo. «Non meno di due settimane, forse un mese». Sorrido: «Grazie, ma l’appuntamento per l’interruzione è la prossima settimana, sa, la legge…». A quel punto salta fuori come per incanto un incontro alle 18,40 del mercoledì. «Chieda della dottoressa Pagliuso», dicono.
Obbedisco. Alle 18,40 entro nel cattolicissimo Palazzo del Vicariato in via della Pigna. Salgo al terzo piano, chiedo della dottoressa Pagliuso. Mi fanno entrare in una stanza minuscola, claustrofobica. La dottoressa mi presenta un suo collega, presente non si sa bene a quale titolo visto che non spiaccica parola per tutto l’incontro, si limita a fissarmi, tanto per rendere meno inopportuna ai miei occhi la sua persona. Mi siedo, gli altri due sono di fronte a me: l’atmosfera è accogliente quanto quella di un interrogatorio in Procura.
Parlo del lavoro che dovrò lasciare, della prospettiva di rimanere senza stipendio per almeno un anno, se non di più. La dottoressa ascolta, ogni tanto interloquisce con un «ma lei a Flavia ha pensato?». La guardo, senza capire. «Si è chiesta che cosa potrebbe capitare dentro di lei in caso di aborto?». Provo a spiegarle che in questo momento l’unico pensiero è mio figlio di sei anni e come mantenerlo. E siccome non ne ho la minima idea, sto pensando seriamente di abortire. «Ma lei sa che un aborto è qualcosa che rimane dentro per sempre?»
Mantengo la calma. Lo so, certo, che l’aborto non si cancella, ma in questo momento il mio problema è un altro: fare in modo che le conseguenze di questo mio errore non devastino la vita di mio figlio, quello già nato. La dottoressa annuisce ma non ha altri argomenti. Mi alzo, saluto anche l’altro dottore che continua a fissarmi in un imperscrutabile silenzio, poi me ne vado.
Se fossi davvero incinta forse a questo punto mi arrenderei: ci vuol poco a decidere che cosa fare quando dall’altra parte hai solo una manciata di parole. Io insisto. Chiamo il Consultorio dell’Università Cattolica. Ottengo un appuntamento per il giovedì pomeriggio con la dottoressa Bassi. Affronto il traffico romano fino al Policlinico Gemelli, l’ospedale dove vengono ricoverati i papi. Il centro è lì vicino. La dottoressa mi terrà più di un’ora per costruire due scenari. In uno c’è il bambino nato e tutto quello che potrebbe accadere ma detto in modo da ammorbidire le difficoltà. In un altro c’è l’aborto e di nuovo il fantasma dei sensi di colpa e delle sofferenze che dovrei sopportare. Fin qui ci arrivavo anche io. E gli aiuti? «Di questo dovrà parlare con il Movimento per la vita. Le do il numero, chiami a nome mio».
La mattina dopo, chiamo. La persona con cui dovrei parlare arriverà tardi. Stia tranquilla, la richiamerà, mi assicurano. La telefonata arriva alle sei del pomeriggio, lei si chiama Patrizia Lupo. Ha avuto una giornata difficile, due colloqui lunghi, precisa. Precisa anche che dovrebbe finire alle cinque, e ora sta facendo tardi per ascoltare quello che ho da dire. Lo so, so tutto, le dico, è anche venerdì, ci sono le elezioni e Ferrara continua a straparlare, e però anche lei deve sapere una cosa: mi aspetta un intero fine settimana senza nessuno con cui parlare, due giorni di vuoto, con mio figlio da far giocare e quest’altro dentro di me a cui - a momenti alterni chiederò scusa o che abbraccerò. Deve sapere che da cinque giorni cerco di sapere da un centro per la vita se e come mi possono aiutare in concreto.
Patrizia si fa convincere. Continua a chiamarmi Roberta, non so perché, e mi parla del Progetto Gemma, 150 euro al mese (o anche 160, dipende) per 18 mesi consecutivi a partire dalla gestazione. E poi? Patrizia risponde che mi può dare una mano per avere anche dei sussidi da parte dei municipi. Ma dobbiamo parlarne a voce. Mi da’ un appuntamento per il lunedì mattina.
Riattacco. Vado a controllare: i soldi li mettono delle persone che adottano a distanza il mio futuro figlio. Per ragioni di riservatezza, non conoscono la madre e il bambino, ma sono tenuti al corrente della gravidanza, conosceranno il nome del bambino, la sua data di nascita e, se la madre acconsentirà, avranno anche una sua foto. Bellissimo, peccato che non sempre arrivino offerte di adozioni a distanza e il sistema a quel punto si blocca, mncano i soldi. E che si fa allora? Spengo il computer: se tutto fosse vero, mi preparerei a un lungo, lunghissimo fine settimana.
--->>>Leggendo lo splendido pezzo mi veniva in mente un'ideuzza: ma se andassi in un centro per la vita a dire che sono lesbica e incinta e a chiedere cosa potrebbero fare per me, secondo voi cosa deciderebbero di consigliarmi? Secondo me quello che gli verrebbe da dirmi varierebbe da un - "diventa etero", "rifletti sul tuo stile di vita", "se scegliessi di farti una famiglia le cose sarebbero andate meglio", "sposa il padre del bambino" - a un "dai tuo figlio in adozione perchè tu non sei una madre adatta". Pensate che potrebbero arrivare a consigliarmi di abortire?













kkk said:
17/03/2008, at 15:16 [ Replica ]
uao!