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29.09.07

Violenza di genere: Manuale di autodifesa

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Superare ogni ragionamento securitario e giustizialista, far passare in termini culturali una immagine al femminile non vittimista e bisognosa di interventi paternalisti: questo può essere un obiettivo che tentano di darsi vari gruppi di donne e femministe che in Italia attivamente si dedicano alla questione. Si parla di zone liberate dal machismo (Macho Free Zone - Sexyshock) o di diritto al reddito per acquisire autonomia e risolvere il problema della violenza a partire dalla sconfitta di una grave dipendenza: quella economica (Reddito per l'autodeterminazione - A/matrix).

Si parla di protezione sociale senza far ricorso alla reclusione (Ladyfest), di promozione - in chiave preventiva - di culture laiche e antisessiste e poi ci sono donne che fanno dei veri e propri corsi di autodifesa. C'e' il Gruppo di Autodifesa Donna Filo-Mena che si è allenato ogni settimana nella palestra del Laurentino Occupato/L38 Squat e che, allo stesso modo di altre attiviste (Autodifesa per Donne - Mai stata zitta), hanno deciso di comporre un manuale da condividere. Il Manuale del Gruppo di Autodifesa Donna Filo-Mena è alla versione "Beta" e io ve lo passo da leggere e scaricare. Buona lettura.

--->>>  autodifesa opuscolo.pdf

La mia opinione è che in questo momento, in questa fase, è molto difficile fare a meno di un contesto che regoli alcuni rapporti dove altrimenti perderebbe sempre la parte più debole. Non riesco a immaginare uomini che smettono di perseguitare una donna, che non attentino alla sua vita, che non la uccidano o semplicemente che la lascino in pace e che si assumano le loro responsabilità in rapporto ai figli in comune solo perchè una donna dimostra di saper picchiare duro. L'autodifesa è una ottima arma per salvarsi la vita in situazioni di emergenza: se un marito picchia e lo si vuole far smettere, se uno ti stupra, se ti aggredisce. In generale però non immagino di poter usare questo strumento come elemento di minaccia per ottenere assunzioni di responsabilità. Non immagino neppure di poter essere costantemente vigile e attenta, sveglia ventiquattrore su ventiquattro per impedire a qualche folle di coniuge o qualunque cosa sia, di finirmi a coltellate.

Io immagino di poter tentare di difendermi, di usare la rete sociale che ho (se ce l'ho ed è necessario che ce l'abbia perchè se il coniuge mi ha tenuta segregata è difficile avercela) per chiedere riparo, di usare la mia indipendenza economica (se ce l'ho. ma se non ce l'ho dove vado? ecco perchè esistono le case per donne maltrattate dove ti aiutano a trovare un lavoro e a consegnare alla "giustizia" il coniuge picchiatore) per non dover mai più ricorrere al tipo che mi ha riempita di lividi, lesioni e fratture, di usare il mio livello culturale e la mia consapevolezza (se li ho) per uscire da una situazione di dipendenza psicologica e da un trauma che ci si porta dietro per una vita intera, di assicurarmi poi che la persona che mi ha fatto del male non possa mai più perseguitarmi (perchè accade, anche dopo mesi o anni, vi assicuro che accade) o avvicinarmi o rovinarmi la vita e togliermi la serenità in ogni modo perchè altrimenti sarei condannata a vivere nel terrore, con un'arma a portata di mano, mai rilassata, o con i guantoni da box sempre sui pugni.

La domanda è: come faccio ad assicurarmi che non succeda più? Come faccio a difendermi? La legge mi difende? Le forze di polizia mi difendono? Mi sta bene essere difesa in nome di una concezione patriarcale, repressiva e paternalistica? Mi sta bene essere difesa da un sistema repressivo che disapprovo ma che avallo e legittimo nello stesso momento in cui lo uso? Chi può regolare i miei rapporti con il mio ex coniuge (per esempio) che magari è pure il padre dei miei figli? Come faccio ad ottenere da lui gli alimenti per i bambini?

E queste, purtroppo sono cose concrete, emergenze quotidiane che capitano e non ti danno il tempo di impuntarti in idealismi e teorie difficili da applicare sul momento. Il problema è a mio avviso tentare di capire dove inserirsi mentre tutto ciò accade. Capire come fare per prevenire. Come fare per avere un ruolo in un cambiamento effettivo che possa portare - in vicende simili - a migliori e differenti conclusioni.

Perchè se le conclusioni sono - come ho visto accadere abbastanza spesso - che amic* della vittima decidono di fare un raid punitivo contro il picchiatore per dissuaderlo a farlo un'altra volta o per "convincerlo" (si fa per dire) ad assumersi certe responsabilità, io non ci vedo tanta differenza. C'e' sempre tanto di quel machismo e di quel paternalismo in mezzo da far accapponare la pelle (almeno a me). L'alternativa sarebbe che io devo difendermi da sola e fare la wonder woman che incute timore solo se il tipo mi nomina? E dove sta così la crescita culturale? Dove la eliminazione di ruoli precotti? Come si arriva ad una soluzione non punitiva e non securitaria dove si richiede l'uso di terzi (giudici, polizia) per allontanare la fonte della minaccia?

Come si fa a reponsabilizzare un individuo che pensa solo ad ammazzarti? Come lo si sollecita a ritrovare o trovare per la prima volta un equilibrio e a "reinserirsi" dal punto di vista sociale se l'emergenza da sopperire è quella di salvarci la vita? Tenuto conto del fatto che il carcere non serve a niente, che la struttura punitiva è pensata in chiave repressiva, che una società non cresce se rimuove il problema o se risponde male a esigenze che di fatto genera (se si coltiva il patriarcato, il dogmatismo, il maschilismo è ovvio che vengono fuori interpreti di mostruosità culturali in auge), la domanda è: che si fa? 

Per me è indispensabile agire un po' su tutti i fronti per migliorare quello che c'e' e per agire in termini culturali dove c'e' il vuoto assoluto o dove le teste sono riempite di cazzate. E' necessaria l'autodifesa ed è indispensabile l'azione comune con le associazioni e le case per donne maltrattate.

L'altro dubbio è: se l'individuo è il risultato, l'essere umano conseguente alle storture del sistema (capitalista, consumista, borghese, cattolico, di merda o come volete voi - e questo è un ragionamento caro ai tempi di altro femminismo quando ci si strappava la carne a morsi perchè c'era chi affermava che uno stupratore se operaio, proletario aveva una giustificazione perchè era schiavo del sistema... aaarrrrggghhh!), ce la prendiamo con il sistema? L'individuo ha qualche responsabilità? Per me è fifty fifty. Perciò l'azione secondo me va mirata in parte sul contesto sociale (a partire da quello in cui viviamo) e in parte sugli individui (il personale politico).

Ragionare di politica contro la violenza di genere in contesti (facciamo finta siano i centri sociali) in cui ci sono machi terrificanti o con compagni che non sono in grado di rimettersi in discussione sul privato (che per me è pubblico), che non sono in grado di ragionare di se' e della propria sessualità, del proprio modo di concepire le relazioni (che non è imbarazzo o riservatezza ma spesso è davvero perchè il personale e il politico sono tenuti dovutamente a distanza e le incoerenze lì si misurano in kilometri piuttosto che in centimetri), non è fruttuoso per la crescita individuale e tantomeno per quella collettiva. E' un po' come un parlarsi addosso. Un ragionare tra se' e se' nella speranza che qualche uomo prima o poi si fermi (magari senza aspettarsi di essere riverito perchè ha degnato una assemblea che tratta di violenza di genere della propria presenza... o che non se ne esca con frasi generaliste dove se si parla di uomini si parla sempre di altri che escludono i presenti e gli amici e parenti dei presenti...) a curiosare per tirarci fuori qualche elemento di crescita anche per se'.

Perciò mi piacerebbe nascessero dei bei Gruppi di Autocoscienza (alè - l'ho detto) di genere o post genere, come li si vuole. Mi piace l'esperienza di Maschile Plurale e di quegli uomini che cominciano a fare una analisi del problema a partire dalla considerazione di cosa sia, di come si consideri la mascolinità. A partire da se'.

Riassumendo: autodifesa, case per donne maltrattate (che agiscono sulla base di una denuncia), le associazioni che si occupano di violenza di genere, i gruppi che si occupano di politiche del reddito per le donne (qui ci vorrebbero vere e proprie strutture destinate solo a trovare lavoro a donne in difficoltà - sempre che il lavoro ci sia), le giuriste che tentano di migliorare le leggi attuali, le azioni di promozione culturale, i gruppi di autocoscienza al maschile e al femminile. Ciascuna di queste strategie - se vogliamo definirle così - può permeare tutte le altre solo frequentandole, gravitandoci attorno o dentro, mantendendo autonomia e cercando punti in comune perchè la crescita sia collettiva e ci si possa regalare ricchezza o consegnare critiche senza asperità e presunzioni. 

Chi arriva per ultimo, il gruppo che porta nuove idee, spesso viene respinto al mittente (non sempre), lo so. Succede che i vecchi gruppi di femministe spesso gestiscono risorse e spazi. Hanno un concreto monopolio di settori rispetto ai quali agiscono seguendo un orientamento che difficilmente si lascia contaminare. Hanno la quasi totale egemonia in campo editoriale o tra le pagine degli strumenti dell'informazione che trattano di questi temi. C'e' poi l'altro aspetto: le donne di partito rispondono solo al partito e difficilmente si lasciano sfuggire l'occasione di cavalcare iniziative o di pilotarle in nome del simbolo che rappresentano. Ci sono molti problemi (di cui io discuto spesso anche tra le pagine di questo blog) ma noi siamo in grado di prenderci spazi e inventarci nuovi strumenti. Non è un ragionamento vittimista.

E' solo un inventario realista delle possibilità di azione politica. Noi possiamo inventarci altri strumenti e opporre l'autogestione dove altre gestiscono i finanziamenti pubblici. O possiamo cercare finanziamenti o forme di sussistenza (perchè di autogestione non si finisca per morire e per fare morire una bella idea) per continuare una lotta che richiede l'apporto di tutt*. Tutto ciò è importante ed è necessario che vi sia la consapevolezza che tutt* concorrono/concorriamo per raggiungere lo stesso obiettivo. Che in questo momento le une senza le altre o gli altri sarebbero solo la parte monca, mutilata di una battaglia che richiede più strumenti, più corpi e più menti. Il corpo e la mente di cui io dispongo sono a disposizione! :) 

2 Comments on "Violenza di genere: Manuale di autodifesa" »

  1. restodelmondo said:

    30/09/2007, at 01:39 [ Replica ]

    Io non ho mai frequentato corsi di autodifesa, ma (anche guardando un'amica e delle conoscenti che hanno praticato arti marziali) penso che mi darebbe una sicurezza in più - e non solo nel caso un pirla voglia violentarmi/aggredirmi/borseggiarmi: se devo preoccuparmi di meno a prendere un autobus alle undici e mezzo di sera, sono una donna meno dipendente da altr* (tendenzialmente maschi, al dunque), posso fare più cose (imparare di più, vedere più mondo), e soprattutto ho una coscienza del mio corpo come non-debole (o meno debole). Detto niente.

    Poi, ovvio, c'è anche l'atteggiamento - per cui penso l'autodifesa aiuti ma non sia necessaria: quell'aria che hanno le ragazze tedesche (o londinesi, o americane o - altre, credo, la mia esperienza si ferma qui) di "ovviamente io sono una cittadina con una dignità e dei diritti, e ovviamente nessuno si sogna di aggredirmi - e, se non bastasse questo a spaventare il maschio che vuol farsi forte, potrei avere una chiave inglese in borsetta e nessuna fisima da 'fanciullina timorosa' ad usarla".

  2. FikaSicula said:

    30/09/2007, at 02:04 [ Replica ]

    Io ho imparato a frequentare l'autodifesa e so che da' una grande sicurezza. Cioè: ti può insegnare - in termini preventivi - a essere meno insicura e perciò vulnerabile. A essere meno soggetta alla dipendenza da rapporti patologici e malati (ma questo è e resta una cosa soggettiva e dipende da molti altri fattori) e quindi a indirizzare la scelta di un partner verso chi pensi di meritarti per davvero, una persona migliore che non ti deve fare del male altrimenti aria, via, fine. I masochismi si possono affrontare anche così. Ma io parlo di relazioni, convivenze, zzitamenti, matrimoni. E risolto il problema della sicurezza, dell'autostima, poi però si utilizzano tutti gli strumenti disponibili sul territorio perchè la sicurezza non basta ad andare avanti, sopravvivere e mantenere i figli. Ne' credo sia sufficiente a far demordere un marito geloso, incazzato o chissà cosa dal pensiero di molestarti e farti male. Rispetto alle risposte a qualche aggressione esterna penso di si, di essere d'accordo con te. L'autodifesa ti può dare una chance per sentirti al sicuro anche quando torni a casa sola e a piedi alle tre di notte. Io però non sono stata spesso testimone di situazioni del genere. Io mi sono trovata più spesso con amiche massacrate dai loro ragazzi. Con mogli quasi morte per mano dei loro mariti, con ragazze stuprate per mano degli ex o per mano di persone che comunque conoscevano. Quindi il problema è complesso e duplice. C'e' il bisogno di sentirsi al sicuro fuori casa ma c'e' anche la necessità di assicurarsi che tra gli affetti e quindi dentro casa non vi siano persone che possono farci del male. E in quel caso è molto più difficile, in termini psicologici, capire dove sta l'aggressione e chi sia l'aggredito. Chi ci aggredisce dentro casa non è quasi mai un mostro e non lo si distingue così nitidamente come certa stampa e informazione vorrebbero farci credere. Spesso è una persona fragile, disperata, che soffre una perdita, che non sa elaborare un lutto. Spesso è una persona debole, morbosa e patologica, irascibile, aggressiva e violenta che cerca qualunque scusa per metterti le mani addosso e poi te ne imputa la causa. Sono persone che se buttate in carcere non vengono aiutate ad assumersi nessuna responsabilità e a crescere e questo per la crescita collettiva di una società non va per niente bene. Spesso la violenza è condita di un pressante e articolato lavoro di sottrazione di fiducia, legami, sicurezza a tal punto che quando il lui picchiatore e molestatore ci fa del male noi non ce ne rendiamo neppure conto. E per riconoscere i livelli di molestia ci vuole molto di più di un corso di autodifesa. Infatti mi piacerebbe sapere chi sono le donne che frequentano questi corsi. Se persone che hanno superato alcune fasi di elaborazione del trauma o persone in pieno trauma. Per quello che ha riguardato donne che conosco il corso è venuto dopo l'assunzione di consapevolezza e non prima. E il corso è venuto perchè esisteva anche la rete amicale e la consapevolezza - in termini culturali e personali - di quanto era accaduto. Oppure ho visto donne che frequentavano il corso senza aver mai ricevuto un trauma personale e quindi con livelli di sicurezza e consapevolezza individuale già buoni. Perciò dico che secondo me è necessario che ogni parte concorra verso lo stesso obiettivo e che si impari a non escludere qualunque soluzione per stare bene e farsi del bene. Ciascuna di queste parti (chi fa autodifesa, chi fa altro) è fondamentale.