11.01.07
Ustica
La strage di Ustica è senza colpevoli. Così ha deciso la Cassazione.
Storie di egemonie culturali e pretese uguaglianze. Dal margine: nel tempo in cui tutti dicevano di avere capito!
Sto facendo una ricerca sul bullismo (altro che Bulli e Pupe, piuttosto Bulli e Bulle) al femminile, nel mondo reale e in quello virtuale, sull'aggressività indiretta, i pettegolezzi, le esclusioni, le diffamazioni e le morti sociali che ne derivano. Sto scrivendo una storia, un romanzo ( e voi sarete i primi/le prime a leggerlo - prometto) che parla di questo. Sto saccheggiando la mia vita (Oh, quel personale e politico!) per rintracciare esempi, esperienze dirette - subìte, praticate. Una chicca: sapete che per chi pratica le molestie la colpa è sempre di chi le subisce?
Voglio raccontarvi una storia. Difficile. Che disorienta. Che ad entrarci dentro fa venir voglia di riemergere a riprendere fiato. Cupa. Dolorosa. Siciliana. Di uomini. Di donne. Siamo in Sicilia, appunto. A Palermo, ed è il 5 maggio del 1972. Un aereo esplode e cade su Montagna Longa. Nessun sopravvissuto. Le vedove incassano un risarcimento. Meglio non fare domande. Tutto si chiude presto. Alcune famiglie chiedono la riapertura dell'inchiesta. Si costituiscono parte civile. Gli orfani sono troppo giovani. Poche persone adulte a prendersi carico di una battaglia contro il solito "muro di gomma". E' tutto un succedersi tra presentazione di istanze e rifiuti immotivati. Il risarcimento alcuni lo spendono tutto così.
Non io. I siciliani pare abbiano voglia di mafia. Lo dicono Enrico Bellavia e Salvo Palazzolo, due bravi giornalisti di Repubblica, in un libro che vi consiglio di leggere. Così mi è venuto il desiderio di parlarne. Nel libro si parla dei tanti favori richiesti a Provenzano e in generale di come la mafia sia sempre considerata la grande mediatrice per eccellenza per risolvere problemi di ogni genere che la gente non riesce o non vuole risolvere diversamente. Da qui una riflessione.
C’e’ che la cultura dei siciliani, non tutti, non è molto cambiata e in generale non ci si fa scrupoli a lavorare, vivere, risolvere problemi economici, attivare imprese o garantirne l’apertura attraverso il supporto della mafia [chi è povero, precario o tira a campare difficilmente è colluso, connivente, dipendente, affiliato della mafia].
(Continua)Oggi sul Forum di Ellexelle abbiamo scoperto – e sai che novità - che le donne la devono dare per forza agli uomini e che le lesbiche farebbero bene a frequentare posti per “quelle come loro” – parola di poliziotto. Altrimenti può succedere quello che è accaduto a Morganadeldeserto dell'Isola più a Sud.
Il suo intervento è stato riportato nella mailing list di Facciamo Breccia. Io l’ho ricopiato qui.
E se il papa e tutta la sua corte la smettessero di consigliare in via preventiva il sesso in famiglia e cominciassero a parlare di preservativi e a dire che l'Aids si piglia perchè è una malattia di merda e non perchè i/le contagiat* sono bimb* cattiv*?
E se gli uomini smettessero di fare tanto i furbi e rivelassero sempre alle loro partner che hanno un male terribile, invece di far finta di nulla e pretendere fiducia e amore eterno fino alla tomba?
E se le case farmaceutiche rinunciassero al brevetto sui farmaci e ne consentissero la fabbricazione ai paesi più definitivamente poveri? Così i farmaci potrebbero essere acquistati al prezzo che quelli si possono permettere di pagare.
(Continua)Non mi piacciono le chiese. Non me ne piace nessuna. Ho qualche difficoltà con i dogmi. Religiosi, politici, baronali, accademici. Sono laica e irriverente. Sono eretica. Il mio nome è Cassandra e come la mia antenata mitologica ogni tanto prevedo il futuro e quasi sempre nessuno mi crede.
Di professione faccio la spacciatrice, solo cose naturali perché alla salute ci tengo. Ho cominciato a coltivare marijuana quando mi è scaduto il contratto a progetto. La fumavo e non avevo più i soldi per comprarla. La prima semina mi venne uno schifo. Brutti fiori, potature fatte male. Poi sono diventata brava e allora si è sparsa la voce e casa mia è diventata meta di clienti discrete.
(Continua)
Quando ho partorito mio figlio ho capito che nessuno diceva la verità. Quell’ammasso di cellule senza senso dell’umorismo ha occupato il mio corpo e me lo ha restituito solo quando non gli serviva più. Si è fottuto la mia carne, il mio sangue e si è rintanato dove di solito prende più spazio la merda. E’ cresciuto e io pensavo volesse farmi scoppiare. Invece un bel giorno comincia a organizzare l’evasione e si mette a scavare. A morsi, a pugni, a calci: così allargava la strada. Tutti si preparavano a farlo arrivare nel posto giusto. La cosa più importante era stabilire chi fosse il padre. Poi mi portarono a urlare in un posto senza testimoni. Prima un bel clistere in culo, poi pancia all’aria e cosce spalancate. Non mi hanno lasciato neppure una vita privata. Me l’avevano rubata mentre mi riprogrammavano a fare “colei che ama suo figlio”. La bocca stava paralizzata sull’espressione “soave sorriso” e ogni giorno ripassavo la lezione.
Tutte in fila, come vacche che si rifiutano di dare il latte, pronte per essere macellate. L’omino marchia la pelle con l’anestesia. Pochi capelli, cinquant’anni portati male, occhio allusivo. Ha il camice bianco e per lui siamo puttane. Si attarda sul corpo della più giovane. Le carezza il braccio “per prevenire la comparsa di un ematoma!”
Mentre la volontà scompare, il mondo si chiude su risa e suoni di gente che aggeggia dentro di me. Dispiaciuta, sono dispiaciuta. Soprattutto sono arrabbiata. Con me stessa, certo. Potevo stare più attenta, alla mia età poi. Noi poveri non possiamo permetterci questi lussi. La mia è una generazione disgraziata: a quarant’anni ancora dipendi dalla mamma e dal papa’.
(Continua)