02.02.08

Undicesimo comandamento: riappiccicare le coppie!

Post in Corpi & Pensatoio & Omicidi sociali & Narrazioni: Assaggi & Fem/Activism & Anticlero/Antifa at 08:27 :: 點閱次數 (337)

Il cardinale di Firenze ha scoperto come si fa a tenere unita una coppia: con il nastro adesivo. Vi sembra ridicolo? Allora vi confesso che ho mentito ma la mia bugia almeno ha il merito di rendere visibile il paradosso. Quello che invece in realtà afferma il cardinale - ed è una cosa che mi produce un brrr brivido di grande freddo - nella sua lettera pasquale ai fedeli intitolata “L’amore cristiano in famiglia” viene persino pubblicizzata come fosse una trovata geniale.
Dopo decenni di esperienza nella vita di coppia, tra se’ e il suo crocifisso preferito, l’arcivescovo ha capito che una unione per durare deve essere condita dai seguenti elementi:

Carezze e regali tra coniugi, trovare interessi comuni, rendersi amabili nell'aspetto, rispettare l'altro, avere cura dei figli.” Il decalogo viene servito con una spiegazione illuminata: “(…) oggi è diffusa una mentalità che riduce l'amore a soddisfazione dell'istinto, sensazione ed emozione piacevole, benessere sentimentale".

E da qui sembrerebbe anche che il cardinale stia rivolgendosi ad una platea di persone abbienti e non a proletari come me. Dalle mie parti ad esempio possono abbondare le “carezze”, al di là del coniugio, ma di regali ne circolano ben pochi. A meno che non si voglia intendere come regalo una modesta torta fatta in casa o un libro comprato con i risparmi dell’ultimo anno. Ma senza voler fare la perniciosa su questo punto vado avanti e mi concentro sulla faccenda della “soddisfazione dell’istinto, etc etc”.

Mi viene in mente che nei confessionali i preti godono delle confidenze di tante persone e che queste forse devono aver rivelato come le relazioni spesso non vadano bene perché, che so, le donne oggi un po’ hanno imparato a conoscere il proprio corpo e quindi esigono di provare piacere dal rapporto sessuale altrimenti nisba, nada, strike, chiudono le frontiere e si cercano altre o altri partner illuminat* che hanno una idea del sesso un po’ più condivisa.

E’ questo quindi che si intende per riduzione dell’amore all’istinto? A me sa proprio di si, e lo dico senza pregiudizio alcuno, perché fino a quando erano gli uomini a soddisfare “i propri istinti” di queste letterine pasquali scommetto che non se ne vedevano moltissime in giro. Anzi c’erano inviti alle donne a stare un tantino più mansuete e a pensare alla famiglia e per convincerle si usava quella fandonia mistificata del reame a forma di focolare di cui esse venivano incoronate regine. Che ne penso? Non mi sono mai piaciute le monarchie!

E invece mi trovo d’accordo con la questione del benessere sentimentale perché in effetti è vero che le relazioni un po’ sono mordi e fuggi e se una persona non ti “fa stare bene” allora ti interessa poco. Come si fa con le droghe. Un compagno e una compagna effetto cocaina. Finchè eccita allora è perfetto, quando invece comincia a non produrre quello “stare bene”, che in soldoni significa avere uno stimolo a uscire fuori da se’, a pensare ad altro fuorché a se’ stessi, allora non funziona più.

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23.01.08

Feste militanti e tappi per le orecchie

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Ogni tanto mi capita di andare ad una delle serate con musica in stile rave. Non ci vado per abbordare sedicenni, certo che no. Trasloco in quei party giusto per motivi militanti e giuro che non lo farei per nessun altro motivo. Resto ipnotizzata a vedere il rapido slide di immagini che cambiano a ritmo di musica. Poi c’e’ il suono che mi rincoglionisce e dopo aver passato milioni di nottate in vita mia con le casse ad altissimo volume infilate dentro le orecchie ora mi ritrovo a chiedermi il perché  devo sollecitare atrii e ventricoli del mio cuore con i bassi fortissimi di queste feste.

Mi viene da fare anche un’altra considerazione: ai miei tempi la musica cambiava ritmo. Ora invece pare discendere tutta da quella scuola minimalista in cui la nota base è una sola e tutto il resto fa da contorno ma senza grandissimo sforzo. Certo, non ho più vent’anni e sono pure africana e i tamburi dalle mie parti suonano con variazioni notevoli e anche belle. Che posso farci: il mio culo non riesce ad eccitarsi con ritmi ipnotici e monotoni. Non disprezzo l’arte, ovvio. Tuttavia avrò pure il diritto di esprimere una preferenza.

La cosa però che mi è sempre piaciuta di queste serate sono i personaggi, i movimenti e tutto quello che si riesce a captare in mezzo a quel bordello solo osservando le espressioni delle facce. Ovunque trovate le ragazze, quasi adolescenti che muovono le mani in quel certo modo e saltellano anarchicamente. Il ritmo non conta. Ce l’hanno dentro. Come dire che si muovono un po’ per cazzi loro e della musica non gliene può fregare di meno. Poi c’e’ la bonazza. Quella per cui tutti sbavano e che le ragazze guardano con quel misto di ammirazione, invidia e istinto omicida. E’ quella più figa di tutte che si distingue per la maniera altera con la quale cammina e per il modo attraverso il quale rivolge parole, sorrisi. Sempre un po’ a stento e a nessuno viene in mente che magari è solo un po’ timida e se le rivolgi la parola potrebbe illuminarsi come fosse il sole.

Poi c’e’ il fantastico gruppo che fa tutto aggratis, per motivi politici, perché ci credono e che ha il controllo della situazione. Lo si distingue subito anche se non hanno sul petto la targhetta con su scritto “staff”. Si scambiano occhiate veloci e parole in codice che non ho mai capito cosa significassero. Mi è capitato di organizzare e allora mi sono sentita parte di qualcosa. Questa appartenenza ricordo in effetti di averla ogni tanto ostentata perché mi dava sicurezza.

C’e’ il gruppo degli studenti un po’ progressisti che esprimono il massimo della trasgressione con la camicia un po’ sbottonata e le maniche arrotolate sulle braccia. In genere questi hanno un pullover attaccato in vita o sulle spalle. Poi c’e’ il professionista simil alternativo con la polo. Va alla ricerca di emozioni forti e ha lo sguardo di uno scout che è entrato per la prima volta in una dark room. E’ eccitato ed è venuto per farsi male. Tracanna di tutto e fuma ogni cosa disponibile, fosse anche cactus tritato e condito con gorgonzola. C’e’ anche il giovane politico di sinistra che deve stare vicino ai gggiovani e si esibisce in sculettamenti sudaticci con la clack attorno. C’e’ sempre anche l’ubriaco di turno. Quello che ti avvicina con una espressione serissima e ti dice cose senza senso pretendendo una risposta in tempi anche molto rapidi. C’e’ anche quello che balla da solo. Il fenomeno della serata che fa tanto ridere e che tutti pigliano un po’ per il culo.

Ci sono tantissime persone belle e tranquille che per una sera si concedono il lusso di mandare tutto a quel paese e godersi una serata a prezzo politico con musica bella e un contesto che non sta a guardare come ti vesti e quante strass ti metti addosso. Un contesto che non ha ragazze cubo e minchioni di ogni misura geometrica. Un posto dove ti aspetti anche di trovare persone politicamente affini e talvolta trovi imbucati coglioni un po’ fascisti che vengono per la figa, per qualcos’altro e perché pensano che le femmine di sinistra la danno via facile.

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26.12.07

Il fantasma del natale e le donne...

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Perché lo spiritello non può che essere un bel cadavere fluttuante e trasparente che vaga in giro per la terra a sghignazzare delle disgrazie e a far venire bile e tracotante rabbia a chi minimamente ancora ci crede.

I  miei vicini di casa urlano. C’e’ un bambino che non vuole stare composto a tavola e una madre che pare colta da ansia da prestazione e urla come un’ossessa che E’ NATALE e dunque tutti devono stare ai propri posti come in ogni buon combattimento che si rispetti. E’ una guerra!

Così ricordo quelle belle donne siciliane che in perfetta tenuta militare si svegliavano alle cinque del mattino per preparare il PRANZO per tutta la famigghia (“ma no, signora mia… io i sughi me li cucino il giorno prima!” – disse orgogliosa la comare all’altra sopravvissuta della festa comandata).

L’atmosfera è d’obbligo. Albero strappato alle sue radici impallinato di rotondità fluorescenti. Per i più cristiani o i cultori delle statuine napoletane ci sta pure ‘o presepe. La rappresentazione, a parte qualche originale espressione dell’arte, è sempre la stessa: ‘a madonna, ‘u bambinello e san giuseppe. Protagonisti indiscussi sono il bue, l’asinello e i re magi, questi ultimi sempre in numero di tre. Una favola bella che se trasposta al giorno d’oggi avrebbe qualche problema di riuscita. ‘A creatura potrebbe morire all’istante di broncopolmonite perché l’umido di una grotta potrebbe essergli fatale. Con la paglia sotto gli verrebbe di sicuro una bella dermatite da contatto e con l’igiene un po’ a cacchina diciamo che rischierebbe di sicuro di passare a peggior vita.

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19.11.07

Per fortuna esiste il fuoco...

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Nel nord ci sono tralicci lungo tutte le strade. Inquinano e illuminano. Fanno venire mal di testa talmente grossi che li puoi toccare con le mani. Nel sud con le mani afferri solo il buio. In Sicilia basta un temporale, a volte anche una folata di vento, per rimanere senza luce. In casa avevamo tante candele. C’erano quelle lunghe e bianche, fatte per durare. Si mettevano al centro della tavola dove si svolgeva tutta la nostra vita. Mangiare, bere, parlare, studiare. A volte anche litigare. Poi c’erano le candele per i morti, i lumini. Si lasciavano negli angoli dei pianerottoli delle scale. Perché andare a fare pipi’ altrimenti diventava una avventura senza fine. In bagno si portava la candela dell’ultimo scalino. Poi bisognava rimetterla a posto.

La luce era una cosa preziosa. Io che da bambina amavo leggere i libri tutti d’un fiato avevo un buon rapporto con il sole. Si leggeva meglio alla luce del giorno. Ma l’energia in Sicilia aveva comunque il tempo giocherellone delle burle. La luce ti abbandonava nei momenti più tragici. Mentre stavi asciugando i capelli con il phon. Quando dovevi guardare il film preferito in televisione. Mentre c'era qualcuno sotto i ferri in sala operatoria. Quando dal dentista avevi un trapano che ti spaccava le gengive. Quando a cosce larghe aspettavi di partorire (ma questa è un'altra storia e prima o poi ve la racconterò). La frase che sintetizzava l’ansia da buio era: “vai a vedere se si è staccato il contatore!”

E si andava a turno. Perché spesso si staccava solo ad accendere il frigorifero, un phon e la tivvu’ insieme. I pali della luce in Sicilia non sono così grandi. Sono solo pali, piccoli e stretti e quei fili si staccano appena un tuono li fa vibrare. Così una intera zona può restare al buio per ore o forse giorni.

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16.11.07

Il giorno dell'acqua

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I tetti della Sicilia hanno i colori delle vasche di raccolta dell’acqua. Grigie, di metallo, o azzurre, di plastica. Stanno sempre in alto. Per quella faccenda della forza di gravità. Perché l’acqua bisogna che scivoli facilmente prima che arrivi a bagnarci dal rubinetto.

Per farcela arrivare si usano vari sistemi. Le braccia e la tecnologia. Una volta c’erano solo le braccia. Ho trascorso l’infanzia a trascinare bidoni d’acqua per portarla due piani più su. Mia madre caricava i bidoni da trenta litri. Uno per braccio. Io solo uno da dieci. Con entrambe le braccia. Avrei aumentato il peso e la proporzione con il passare degli anni.

Era semplice: l’acqua arrivava alla vasca del pianterreno. Le donne di famiglia aspettavano e poi organizzavano il trasporto. Infine si concedevano un bel bagno. L’unico dopo venti giorni.

La nostra vita era scandita dal tempo dell’acqua. Anzi c’era, e in alcune zone della Sicilia c’e’ ancora, il “giorno dell’acqua”.

A gestire quella enorme ricchezza era il “fontaniere”. L’uomo più potente del paese. Era lui a decidere quale valvola aprire per prima. Quale quartiere dissetare e quale fare attendere ancora. Quell’uomo riceveva grandi doni in casa. Casse intere di ortaggi e frutta e altri prodotti della terra. Bottiglie di vino, pezze di formaggi. Se un uomo era così potente non aveva bisogno di fare la spesa.

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07.11.07

Quella femminista di mia madre

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Mia madre stira anche le mutande. Io le chiedo: perché? E lei mi morde con uno sguardo misto tra pietà e commiserazione. Deve averci un senso profondo quella cosa della stirata settimanale di montagne di roba. Maglie, pantaloni, camicie, asciugamani. Ma mamma, anche le asciugamani? Si, risponde lei secca, diventano più morbide. Impossibile contraddirla.

Mia madre copre con un burka corredato di volant ogni superficie visibile. Una volta ha fatto il servizietto anche alla mia colonna di giornali e riviste. Erano diventati un mobiletto ad angolo e lei ci aveva messo sopra pure un bel vaso. Inutile dirle che da quei giornali mi serviva prendere articoli per le mie rassegne tematiche. O lo facevo subito o li avevo perduti per sempre. Diventavano parte integrante dell’arredamento.

Mia madre impasta il pane in casa. Non sempre. Ogni tanto. Fa pizze e focacce. Picchia la farina come fosse un nemico e quella diventa morbida e pronta per farci di tutto. La cosa che le riesce meglio è la sfoglia rotonda. La stira con un matterello minaccioso e non se ne perde neppure un pezzo. Io non ci sono mai riuscita. Mi viene sempre piena di buchi.

Mia madre si sveglia alle cinque del mattino e prima delle nove ha rassettato tutta casa ed è pronta per fare qualunque altra cosa. La sera crolla inevitabilmente entro le dieci. Mia madre vede i film e poi li racconta. A modo suo però. Inventa un’altra trama che certe volte è più avvincente di quella trasmessa. Mia madre ogni tanto è venuta a lezione di sesso dalle figlie. A lei avevano insegnato ben poco. Sa amare, quello si, e ha un abbraccio miracoloso, laicamente parlando.

Mia madre si è sorbita le figlie e le figlie delle sue figlie. In Sicilia quasi non esistono asili nido. Se li vuoi devi pagare e lei non ha avuto alternativa. Come non l'aveva avuta sua madre prima di lei. Mia madre non fa politica. Io invece si. Ho fatto spesso azioni solidali. Per tutti, molto meno per lei. Essere solidali con le donne della propria famiglia è una cosa complicata. Femminista in pubblico e figlia egoista in privato. L'ho fatto per troppo tempo.

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06.11.07

Hot chocolate per mandare giù la merda

Post in Sensi & Corpi & Pensatoio & Omicidi sociali & Narrazioni: Assaggi & Fem/Activism & Personale/Politico at 15:05 :: 點閱次數 (458)

Sono siciliana. Questo lo sapete. Amo i dolci. Li so persino preparare. Invento ricette e poi me le dimentico e la volta dopo rimescolo gli ingredienti e rifaccio tutto da capo. Scopro così un nuovo sapore, buono, più buono del primo, diverso. Ho imparato a cucinare per via di quella passione creativa che mi spingeva a stravolgere e personalizzare le ricette. Così ho scoperto pietanze utili per tutte le occasioni, persino le peggiori.

Il sapore che preferisco di più è la cioccolata. Nera. Fondente. Senza scuse. E’ buona da farci le torte, le creme, da mangiarla intera o anche a pezzetti. Pare abbia delle qualità che calmano, rendono quasi felici. Normalmente mi rende felice il contatto di un corpo. Ci sono volte però che divento piena di spine. Intoccabile. E tuttavia ho bisogno di calma. Come questa sera.

La prima mezz’ora trascorsa a vedere rotocalchi di attualità mi ha fatto mangiare due unghie. Ho dovuto però pareggiare le altre perché non sopporto le asimmetrie. Poi ho cominciato a strappare pezzetti di carta. Ridotti a brandelli sempre più piccoli fino a farne una montagnetta con cui ho giocato per un po’. Ho massacrato la buccia di un mandarino. Se non me la toglievano dalle mani ne avrei fatto una spremitura adatta per le marmellate. Nel frattempo mi sono rintanata sempre di più in un angolo del divano. Occhio sbarrato e immobile. Bocca aperta ed espressione afflitta. Mi chiedevano: “cosa posso fare per te? Dimmelo, per favore non posso vederti così…”. Ho fatto di no con la testa e come un automa ho alzato il volume della televisione.

C’era un’ex di sinistra – fassino -  e un altro di destra – fini - che facevano a gara a chi appariva più fascista. Il primo diceva: voi non vi siete assicurati che i romeni fossero espulsi davvero. L’altro rispondeva: no, non è vero. Li abbiamo scortati fino l’aeroplano. Vinceva fassino, senza dubbio.

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23.09.07

Sicilia: una storia di merda

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In Sicilia ci sono luoghi dove il tempo sembra non passare mai. Il sole è caldissimo. Fa belle abbronzature anche se solo si cammina per strada o si stendono i panni ad asciugare. Ci sono donne di qualunque età vestite a lutto, con il nero che assorbe l’afa, che siedono dinanzi alla porta di casa. Che abbiano quindici anni o sessanta non fa differenza. Sembrano tutte uguali, con un diametro superiore alla media e la medesima espressione stampata sul volto. Tutte in fila sul marciapiede, occupando spesso ampie porzioni di quelle vie che lavano, puliscono e dunque in fondo un po’ gli appartengono.

Una automobile che vuole passare deve chiedere permesso e i pedoni invece diventano oggetto di chiacchiere e sguardi fissi che li accompagnano fino a vederli svanire all’orizzonte. Quello sguardo muto, pettegolo, curioso è una costante di questi posti. Sono tutte lì, una porta dietro l’altra, una sedia dietro l’altra a imbarazzare i tragitti di chi non è abituato a dover dire buongiorno e buonasera  ad ogni sconosciuta guardona. Hanno occhi che non si mortificano mai, che non tentano di dissimulare la taliàta. Tutte alla parete come gendarmi. Chi passa sta al centro: dead man o woman walking del sud. Se avessi un lanciafiamme vorrei vederle contorcersi e finire tutte quante in un'unica fiammata.

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28.02.07

Le donne e la scrittura: ppi nun sapiri ne leggiri e ne scriviri

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Mia nonna diceva una cosa che in siciliano suonava così: "Ppi nun sapiri ne' leggiri e ne' scriviri" (per non sapere ne leggere e ne scrivere).

La storia era questa: lei raccontava di cose fatte o da fare che richiedevano la sua presenza e la sua decisione. Generalmente si trattava di mettere una firma (una croce da analfabeta) e in quel caso il "Ppi nun sapiri ne' leggiri ne' scriviri" diventava una giustificazione alla prudenza, un modo per spiegare che nell'incertezza era meglio fare una cosa piuttosto che l'altra.

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